Sheitan

•Novembre 6, 2009 • Lascia un Commento

Sheitan 1

Uscito nel 2006 in Francia, ottiene un breve e silenzioso passaggio nei cinema italiani con due anni di ritardo ripetto alla prima francese. Diretto dal giovane Kim Chapiron, regista di origini vietnamite, il film è più precisamente una realizzazione del collettivo Kourtrajmé. Primo lungometraggio prodotto dalla “120 films”, casa di produzione di Vincent Cassel. Proprio grazie alla presenza tra i protagonisti dell’attore de L’odio la pellicola si è guadagnata la dignità di distribuzione nei cinema italiani.
Sheitan è un horror-psicologico-neo-neo-realista. Girato con sorprendente leggerezza, riesce a mantenere un’immagine chiara e pulita, ma senza quella finta patina di lucentezza e artificiale bellezza dei blockbuster più costosi. Ambientato nella provincia francese, unisce un imponente senso di inquietudine ad un inafferrabile gusto per il deforme. Il grottesco che attraversa il film è spesso un accenno, un’occhiata, mai un’insistenza, come invece sembra sia obbligo nei polpettoni americani. Infatti mentre le pellicole USA di genere horror che ottengono il lasciapassare per inondare le nostre sale cinematografiche fanno a gara per la più splatter, questo gioiello francese mantiene una sobrietà nei confronti dello spettatore, che non fa che accrescere il fattore ansiogeno.
Angoscioso e conturbante, è un piccolo capolavoro. Vietato in Francia ai minori di 16, in Italia la censura ha deciso di restringere il campo ai soli maggiorenni. Meno violento di qualunque SAW o Hostel o fesserie affini, riesce a generare un clima disturbante che spaventa più di ogni trucchetto per il pubblico anestetizzato. Un fiotto di sangue infinito. Un mostro che appare all’improvviso con la complicità della colonna sonora che spara al massimo. Maschere di sangue di derivazione Nightmare. Deformità assurde in stile Le colline hanno gli occhi. Tutti questi trucchi spudoratamente offensivi per un intelligenza medio-bassa, non sono neanche lontanamente presenti in Sheitan.
Il film rimane sul filo del dramma, tra il porno-soft e l’horror-psichedelico. Non ha un genere ben definito. Indicato come black-comedy-horror, o come appartenente al filone “torture movie”, o “torture porn”, questa pellicola non ha niente a che vedere né con la black-comedy né con il genere “tortura”, se non intesa come tortura psicologica per lo spettatore.
Unendo il disagio di Mary per sempre all’inquietudine di Strade perdute all’angoscia della prima metà di Changeling, allo stupore in stile Avvocato del diavolo, Sheitan è uno dei prodotti più strani e meglio realizzati nel panorama cinematografico degli ultimi anni.
Vincent Cassel interpreta un mefistofelico invadente contadino. Premio per il personaggio più inquietante della storia del cinema.

Consigliato a chi vuole vedersi un film come si deve (da vedere rigorosamente da soli. Non è un film da ‘gruppo’).
Sconsigliato a chi ha visto più di due “SAW” al cinema.

Facebook. Da “uccidiamo Berlusconi” a “Qualcosa di più. E di peggio”

•Ottobre 24, 2009 • Lascia un Commento

Prefazione.
Come si intuisce già dalla presenza di una prefazione, quello che segue è più simile ad un saggio che ad un articolo. Ciò significa che oltre ad una lunghezza che può stancare gli occhi più inesperti sono presenti anche digressioni (comunque coerenti) e approfondimenti.
Per chi fosse disorientato da un simile articolo in disaccordo con il titolo del blog, sappia che rientra all’interno del campo “nuovi media ma anche vecchi” che è un po’ la matta che ci permette di occuparci non solo del tema audiovisivo ma del mondo dei media tout court.

Io non credo esista paese al mondo dove qualcuno possa permettersi di scrivere su un sito “Bisogna uccidere il presidente del consiglio”. Noi abbiamo dato disposizioni subito perché il sito venga chiuso e perchè tutti coloro che sono intervenuti a sostenere queste posizioni vengano denunciati alla magistratura. E’ un’apologia di reato. Anzi qualcosa di più e di peggio.

Io non credo che esista paese al mondo dove qualcuno possa permettersi di scrivere su un sito “Bisogna uccidere il presidente del consiglio”.
1: Facebook non è un sito. Facebook è una piattaforma. Tipica dell’architettura del web 2.0. Ma questo è un dettaglio. Non ci si può aspettare un minimo di precisione da chi non ha idea di cosa stia parlando.
2: Si evince dall’affermazione del ministro che quello che lui crede sia la verità: è esattamente il contrario.
Da “Faut-il tuer Sarkozy ??” che al momento conta solo 28 iscritti e “Combien de personnes veulent tuer sarkozy” con 22 membri, a “we want to kill George Bush” con 429 sostenitori si capisce subito come esistano altri paesi in cui si può scrivere sul tabù tutto italiano della morte di un capo di stato. Anche gli inglesi con una ventina di gruppi “Fuck Gordon Brown” si difendono bene. Non mancano gli appelli analoghi a quello incriminato in Italia, come “I bet i can find more than three people who want to kill Gordon Brown” (scommetto che posso trovare più di 3 persone che vogliono uccidere Gordon Brown) che ne ha trovato 41, e “Terminate Gordon Brown” che vanta ben 75 membri.
C’è una differenza però con il gruppo che si propone come attante del trapasso premieristico. “Uccidiamo Berlusconi” (che vanta altri 2 casi di omonimia) alle 20 del 21 ottobre contava 12.333 iscritti. Non c’è proprio sfida contro i suoi pari all’estero. Ma si sa Berlusconi è pur sempre “Primus super pares” e anche in questo ha voluto primeggiare. Proprio il primato di questo gruppo rispetto agli altri ha però attirato l’attenzione dei cani da guardia del Presidente del Consiglio che hanno notato una fortissima disparità tra il Silvio nazionale e il resto degli altri personaggi pubblici, antipatici o meno, reali o immaginari.
In classifica troviamo una sua collega stretta con: “Uccidiamo la Gelmini” (1.008 presenze), seguita da uno schiavo che si sta facendo strada: “Uccidiamo Alfonso Signorini“, che può vantare ben 613 aspiranti attentatori. Preceduto di poco da “Uccidiamo i tronisti” (616) non può però concorrere con il vero sfidante di Berlusconi: “Uccidiamo Mr Lui” con 1.919 killer.
Nella lunga lista dei perseguitati di facebook troviamo chi inneggia all’omicidio di Karina (472), il regista Moccia (342), Mughini (313), Nedved (206), Arisa (175), Valeria Marini (157) e Maurizio Mosca (156), Pellegatti (115), Loria (114), Silvio Muccino (105), Quaresma (94), Fabrizio Corona a pari merito con Spitty Cash (42), Vasco (36), Venditti (19), Giorgio Mastrota (12), Prodi 7, e via via fino a Maroni che può fregiarsi di un solo apologeta.
Rientrano in classifica, sebbene con risultati decisamente inferiori ai personaggi reali che albergano nel bosco e sottobosco televisivo, anche i protagonisti immaginari. In ordine di odio troviamo Pingu con 150 preferenze, Prezzemolo (135), Spongebob (87), Doraemon (73), Lucignolo (il programma tv, 69) e Kate (Lost, 11).
Da segnalare anche i gruppi con altri intenti, come: “Sodomizziamo Berlusconi, NON uccidiamo!” con 252 esponenti, “Non uccidiamo Berlusconi, ma almeno un clistere Gasparri si può??” con 163 adesioni e “Per favore non uccidiamo Berlusconi” con 1.965 teste pensanti. Proprio quest’ultimo gruppo ha pubblicato un comunicato in cui si legge: “Contrariamente a quanto sostenuto dalle agenzie di stampa questo gruppo non è a difesa del premier ma lo prende bonariamente per i fondelli. Lo scriviamo per chi non avesse senso dell’umorismo a sufficienza per capirlo da solo“. Il senso dell’umorismo, o più plausibilmente la professionalità che prevede di indagare un minimo prima di pubblicare le notizie, è quello che manca infatti a diversi giornalisti italiani che in questi giorni, essendosi improvvisati tutti esperti del web, hanno fornito informazioni piuttosto vaghe, incomplete e spesso distorte.
Tanto per cominciare i gruppi che contengono la parola “uccidiamo” sono 565 e non 500. Questo perchè Facebook a fronte di una ricerca fornisce i risultati fino ad un massimo di mezzo migliaio. Per sapere il numero reale di referenti bisogna andare manualmente fino alla fine della ricerca, pagina per pagina. Ma questo è un procedimento che richiede almeno una decina di minuti, e il protogiornalismo usa e getta propinatoci anche dalle maggiori testate preferisce una fesseria oggi che una notizia domani.
E’ stata quindi attirata l’attenzione sul fatto che ci siano 500 gruppi con la parola uccidiamo, scandalo! Eppure nessuno ha urlato neanche una mezza parola contro i 554 gruppi presenti con la locuzione “a morte”. Da “a morte Tonio Cartonio“, il latino, Baby Mia, Barbara D’Urso, Santoro e Vauro, arriviamo ad un ovvio “A Morte Silvio Berlusconi” con sole 257 adesioni. Poche forse per suscitare l’ira dei tirapiedi del capo. Stesso discorso con “sopprimiamo”, sinonimo animalesco del più ‘umano’ uccidiamo, che conta importanti presenze come “sopprimiamo Ligabue” (433), Malgioglio (157) e persino Franceschini, i cui 2.453 membri hanno avuto la sagacia di esplicitare il valore figurato delle loro asserzioni con un “politicamente” tra parentesi.

“Uccidiamo Berlusconi” era però già attivo da un anno. Anno in cui ha collezionato come già detto oltre 12.000 iscritti. Grazie all’amplificazione intermediale di tv e carta stampata, in neanche 3 giorni (dalle 20:00 del 21 ottobre alle 13:00 del 24) ha guadagnato quasi 20.000 nuovi membri, per un totale di 31.920 adesioni. Inoltre con un brillante accorgimento il titolo è cambiato da “Uccidiamo Berlusconi” a “Berlusconi, ora che abbiamo la tua attenzione… Rispondi alle nostre domande!“. La bufera mediatica è immediatamente cessata. Non si fa più riferimento al gruppo. E’ stato riportato ieri da alcune testate (Il Corriere e La Repubblica p.es.) come fosse avvenuto solo il cambio di nome e non la cancellazione totale della pagina richiesta dai politicanti (in primo luogo Alfano e Maroni). Una comunità che fa domande non fa più parlare. Almeno non quanto una setta di sanguinari che vota la sua vita all’omicidio del presidente. L’importante era fotografare la “stortura” che internet rende possibile, riunendo fanatici che si propongono di andare illegalmente contro il volere del popolo. In parole povere: il gruppo rimane e non se lo fila più nessuno, perchè non può essere strumentalizzato.
Sicuramente non dalla sinistra che è impegnata a contarsi le dita dei piedi. E nemmeno più dalla destra che ha già avuto il suo spunto per richiamare in causa “l’anarchia” che regna sul web che bisogna regolarizzare ad ogni costo. Tra un commento indignato e lo spauracchio dell’omicidio dell’uomo più intoccabile d’Italia ritorna quindi la proposta di legge illiberale dell’onorevole soubrette Gabriella Carlucci.
Ne “il blog di Gabriella Carlucci”, tra le news si legge infatti:
(22 ottobre) Facebook è sembre più pericoloso:
L’assurda vicenda delle minacce al Presidente Berlusconi dimostra, ancora una volta, quanto pericoloso sia diventato l’uso e l’abuso di Facebook. Purtroppo la rete è diventata una giungla in cui vige l’assenza di regole e di sanzioni. Coprendosi dietro l’anonimato, molti utenti commettono reati gravissimi. E’ arrivato il momento di dare regole più severe a questo far west. Ho presentato una legge per eliminare l’anonimato in rete. Chiedo al Ministro della Giustizia Alfano di promuovere la calendarizzazione di questa legge per giungere ad una rapida approvazione in Parlamento del provvedimento”.
Invito chiunque fosse interessato, a leggere l’imbarazzante proposta di legge della deputata. Per chi sia in cerca di brividi consiglio anche l’interessantissima storia che racconta la vita di Gabriella e le peripezie che l’hanno portata a schierarsi in Forza Italia. Segue una summa di carabattole e luoghi comuni tesi a dimostrare una differenza tra “Noi” (gli schiavi di Berlusconi) e “Loro” (tutti comunisti che prendono soldi dai sovietici). Con la dialettica di una bambina di quarta elementare e le argomentazioni di un cerebroleso “l’orgogliosa mamma di Matteo” infatti pretende di illustrare dove stia il giusto e dove l’errato. Il bello dei sostenitori del Presidente del Consiglio è che hanno la presunzione di avere sempre la verità in tasca. Torniamo quindi al depositario del genuino e dell’obiettivo, nonchè Ministro dell’Interno, Maroni. Il suo attacco in cui non crede che esista un paese in cui si può inneggiare alla morte del presidente è stato contrattaccato da Alessandro Giglioli nel suo blog d’autore de L’Espresso “Piovono Rane” con il pezzo Cliccare prima di parlare. Su stessa ammissione del giornalista ([ricerca fatta] in dieci minuti di pausa pranzo [...]) il pezzo è un po’ arraffazzonato, tant’è che tra i paesi permissivi, in merito all’ipotesi dell’omicidio presidenziale, cita anche gli USA con l’innocuo “giochino” Kill Barack Obama. Sarà sfuggito a Miglioli, come al resto della schiera giornalistica italiana, che negli USA c’è stato un timidissimo intento di affiancare Obama alla parola “Kill”, stroncato sul nascere nientemeno che dai Servizi Segreti statunitensi. L’Huffington Post, il 28 settembre infatti, riporta la notizia di un inoffensivo sondaggio lanciato su Facebook da un sito esterno tramite un add-on. La domanda era: “Obama potrebbe essere ucciso?“. Le scelte: No, Forse, Si e Si se taglia la mia assistenza sanitaria. Risultato: il sito è stato chiuso, l’add-on che ha permesso questa ‘violazione’ è stato immediatamente disattivato dagli amministratori del social network, e i Servizi USA stanno investigando su chiunque abbia partecipato a una tanto insana iniziativa.
Ma che figura ci fa l’Italia che deve passare per le vie legali ordinarie? Come dice Maroni infatti: “Noi abbiamo dato disposizioni subito perché il sito venga chiuso e perchè tutti coloro che sono intervenuti a sostenere queste posizioni vengano denunciati alla magistratura“. Stizziti per la reale impotenza nei confronti del colosso Facebook, non rimane altra strada che denunciare queste persone. Ma come è possibile denunciare questi ignoti che, come ci allarma l’eccellente Carlucci, si nascondono dietro l’anonimato compiendo reati gravissimi? E’ possibile eccome. E lo sanno bene anche gli gnorri del PDL. Soprattutto su Facebook, dove la maggiorparte degli utenti è registrato con il proprio nome e cognome (uno degli scopi principali del social network è mettere in contatto persone che hanno perso le proprie tracce da tempo). E qualora questi lestofanti cercassero un’anonimato sarebbero comunque rintracciabili tramite il codice IP. Sulla rete si è anonimi per definizione perchè non inserisci le tue generalità. L’identità nella rete è proprio l’ IP, cioè l’indirizzo che “identifica un dispositivo collegato ad una rete informatica”. Nozioni elementari, di pubblico dominio, che naturalmente chi vuol far passare la proposta di legge Carlucci, si guarda bene dall’argomentare, in quanto usa surrettiziamente argomenti quali la pedofilia e la diffamazione, per scopi completamente diversi.
La tattica dell’evasione discorsiva è infantile. Io ti accuso :”vuoi difendere gli interessi delle multinazionali” e tu rispondi “converrai con me che è gravissimo che in Italia ci siano oltre 5.000 segnalazioni e centinaia di casi di pedofilia accertati ogni anno“.
In modo ancora più chiaro. Due bambini vanno in giro in bicicletta e uno dei due da una spinta all’altro facendolo cadere. Il bambino caduto chiede “perchè mi hai spinto?” e l’altro “sarai d’accordo con me che esistono cani ferocissimi che se ti mordono rischiano di ammazzarti“.

Al di là delle folli implicazioni nell’applicare la normativa di legge esistente per la carta stampata al web, è stato notato da più parti come in realtà il DDL Carlucci abbia lo scopo di tutelare il diritto d’autore in maniera lobbistica o oligarchica. Attaccati su questo piano, i sostenitori sono costretti ad ammettere (ma con orgoglio come nella migliore tradizione della spavalderia) di difendere il diritto d’autore, omettendo che il copyright ha una durata di 95 anni (per una trattazione approfondita dell’argomento vedi Tesi), e la normativa è ben più antica.
Ma voglio sottolineare un passaggio particolare nell’elocutio di Gabriella Carlucci in una sua risposta aperta del 23 marzo al direttore de L’Espresso che la accusava di quanto detto sopra. Nella sua esposizione la onorevole non trova niente di meglio che dire:”A mio avviso, le libertà individuali non possono costituire scusa plausibile per la commissione di  atti illegali“. La sua interpretazione della legge è infatti: “se i cittadini hanno le mani libere potrebbero ammazzare qualcuno, brandendo un bastone o perfino una pistola. Bisogna legargliele le mani ai cittadini, perchè non è che nel nome delle mani libere possiamo giustificare gli omicidi”.
Il metodo dell’analogia per capire il modo in cui ragiona certa gente è molto efficace perchè ci permette di apprezzare tutta la semplicità con la quale o vogliono fregare le persone (nella misura in cui intendono mantenere stabile l’equilibrio oligopolistico) o non volendo fregarle lo fanno comunque ma con quella componente di ignoranza tipica degli analfabeti culturali.
A proposito di ignoranza analizziamo la chiusa del ministro Maroni: “E’ un’apologia di reato. Anzi qualcosa di più e di peggio“. L’apologia, giurisprudenzialmente intesa come difesa ed esaltazione di azioni o comportamenti contrari alla legge, potrebbe configurarsi in questo caso come un’istigazione a delinquere. Anche se previsti dall’articolo 414 (cod.pen.) i due aspetti rispondo a due commi diversi (rispettivamente il primo e il terzo). L’istigazione tende a esercitare una spinta al reato diretta (per quanto subdola) alle persone, mentre l’apologia appare come spinta indiretta. L’apologia più precisamente è una manifestazione del pensiero e per essere definita apologia deve essere tale da “indottrinare” e da “persuadere” terzi – agevolandone psicologicamente, anche, la commissione – della correttezza, validità e liceità dei comportamenti. Nel gruppo di facebook “Uccidiamo Berlusconi” non sembra infatti che la persuasione vada oltre “Berlusconi scudiero fiscale” o “Berlusca gniudo“. Se si legge l’articolo 414, una sua possibile applicazione ALLA LETTERA sarebbe che l’apologia equivale alla libera manifestazione del pensiero, tutelata però dall’articolo 21 della Costituzione. Osservando solo Carta Costituzionale invece l’unica manifestazione del pensiero illecita è quella che viola il cosiddetto ‘buon costume’. A questo punto sarebbe opportuno notare come Berlusconi da solo abbia violato questo codice senz’altro in misura maggiore seppur confrontato con tutti e 32.000 i membri del gruppo che anela al suo assassinio, messi insieme.
L’apologia è quindi quella manifestazione del pensiero che si spinge a “suggestionare” o persuadere terzi della errata illiceità, ritenuta dall’ordinameto giuridico vigente, di una condotta che deve invece considerarsi lecita, agevolando così la commissione del reato. In base a questo punto di vista l’ “apologia di reato” è più simile ad un invito a non pagare le tasse perchè troppo alte, anche e soprattutto se l’invito viene da un Presidente del Consiglio.
Detto questo è facile capire come chi urla allo scandalo e al reato usi spesso (per non dire sempre) “due pesi e due misure” con finalità non immediatamente chiare, ma facilmente smascherabili.
Arriviamo alla fine della performance del Ministro Maroni che chiude con “Anzi qualcosa di più. E di peggio“. Quindi dato per scontato che il Ministro leghista ravvisi un’apologia, quello che lui vede però è qualcosa di più.
Cioè?
Come se l’avessero ucciso davvero?
E di peggio.
Tipo?
Omicidio e stupro multiplo con contorno di bestemmie?

In attesa delle nuove perle degli esponenti della classe politica e culturale di questo paese vi invito a riflettere.

Giansignore Merendini

Apologia della stravaganza

•Ottobre 20, 2009 • Lascia un Commento

Tralasciamo le valenze intimidatrici, l’attentato allo stato di diritto, la ritorsione sul piano personale e ogni altro aspetto cupo, deprecabile e disgustoso. Ignoreremo il crudo dispotismo che schiaccia sotto il suo calcagno chi non si allinea e che trova ragion d’essere nell’impressionante servilismo dei garzoni dell’informazione i quali per piaggeria (per usare un eufemismo) si assoggettano ad ogni volere padronale. Non ci concentreremo neanche sulla bufera mediatica scatenata da questo caso e nemmeno sulle responsabilità politiche ad esso afferenti. L’unico elemento che prenderemo in considerazione sarà il breve video dedicato al giudice Mesiano e la strategia comunicativa ad esso sottostante.

E’ necessario osservare come la ‘cornice mediatica’ di tale servizio sia Mattino 5, abominio televisivo che insozza le case degli italiani dal gennaio 2008. Realizzata dalla testata giornalistica Videonews che annovera tra i suoi precedenti direttori giornalisti integerrimi del calibro di Emilio Fede (‘89-’92), Mimun (‘92-’95), Paolo Liguori (‘99-’03) e Giorgio Mulè, è condotta dall’ineccepibile Brachino, anche attuale direttore di Videonews.
Il filmato “incriminato” racconta in 2 minuti le bizzarre avventure del giudice Raimondo Mesiano prima durante e dopo il barbiere. Come la redazione dell’ottimo talk show mattutino ritenga una notizia degna di tale appellativo non ci è dato saperlo, ma analizzando il filmato ci si può fare un’idea al riguardo. Il pezzo viene introdotto dal “giornalista” Brachino che illustra un titolo de Il Giornale (già recente protagonista nelle cronache nazionali per atti di linciaggio mediatico): “Il Csm promuove il giudice anti-Fininvest“. Dopo una breve sintesi dell’articolo, con l’aria di un “Minoli dei poveri” annuncia: “E noi abbiamo queste immagini in esclusiva che adesso vi mostriamo“.

Sulle note dei Red Hot Chilipeppers il servizio mostra le immagini di un appostamento in cui un normale signore cammina per strada. Si direbbe un servizio di Lucignolo sui signori che passeggiano nei marciapiedi, ma parte il monologo di Annalisa Spinoso.
Sul campo lungo che ritrae il pedinato Mesiano sentiamo: “Sono passate poco più di 24 ore da quando con la sua sentenza ha condannato la Fininvest ad uno dei risarcimenti più alti della storia giudiziaria d’Italia“.
Già in apertura la non troppo brillante “giornalista” ci dice due cose di grande importanza:
1. E’ allarmante la naturalezza con la quale Annalisa Spinoso lega a doppio filo questo inutile servizio e la sua causa: la condanna al risarcimento. Non si vergogna infatti di puntualizzare che non è passato neanche un giorno dal fatto’. L’ingenuità di chi vorrebbe comunque pensare in buonafede è tradita immediatamente dall’apertura della “giornalista” stessa. Un sillogismo disarmante: Il giudice se la prende col capo – noi schiavi facciamo subito un servizio – noi schiavi ce la prendiamo col giudice.
2. Nella costruzione della frase è il giudice che è colpevole di aver imposto il risarcimento più alto della storia italiana. Non si lascia adito al dubbio che la Fininvest possa aver commesso un reato meritevole di una tanto salata multa.
Il tono di apertura di questo pezzo mostra subito una prospettiva viziata che pone le basi per un discorso tanto insulso quanto surrettizio. Una headline nella parte alta dello schermo recita: ESCLUSIVO. Continua la Spinoso: “750 milioni di euro in favore della Cir di Carlo De Benedetti“. Esplicita il notevole risarcimento evidenziando un elemento e sottacendone degli altri: i soldi andranno a De Benedetti. Non viene fatta menzione sul perché. Probabilmente ha ritenuto che la camminata sospetta “avanti e indietro” del giudice meritasse rilievo, al contrario del motivo, oramai di dominio pubblico, per il quale la Fininvest, di proprietà del premier, è stata condannata: corruzione di un magistrato.
Ed eccolo in giro per Milano il Giudice Raimondo Mesiano“: Ora il campo lungo diventa un piano all’americana. Mesiano è ben visibile mentre si gira verso la telecamera (non vedendola perchè nascosta e lontana). E’ un peccato che il responsabile del montaggio Massimo Giudici non abbia optato per un efficacissimo ralenti nel momento in cui il protagonista sembra ‘guardare in macchina’. Una tecnica usata in gran parte dei thriller anni ‘80, di derivazione soap-opera, massima espressione registica per sottolineare il climax dei colpi di scena.
Nel suo week-end lontano dalle scartoffie del tribunale e dagli impegni istituzionali, sveste la toga e si cala nei panni di un comune cittadino“. Il linguaggio utilizzato è giovanilistico. Alcuni lessemi quali “scartoffie” e “si cala nei panni” sono retaggio di una lingua giovanile che ormai contamina anche quella del giornalismo. La separazione generazionale dei linguaggi ha sempre trovato la sua ragione nel meccanismo dell’ “identificazione nel gruppo”. E’ raro quindi che gli adulti utilizzino delle parole quali “sballo” o “cuccare” perchè fanno parte di un altro “universo lessicale”. Esistono poi termini ibridi che col passare del tempo si sono infiltrati nella lingua comune da quella delle generazioni più giovani. Scartoffie è uno di questi termini. Utilizzarlo in un contesto giornalistico denota un livello culturale piuttosto basso: perchè la ‘letteratura giornalistica’ dovrebbe essere ‘altro’ rispetto alla comune lingua di tutti i giorni, e perchè è facilmente comprensibile l’intento che stà dietro l’utilizzo di tali parole. Si cerca in questo modo infatti di rendere più ’scanzonata’ una narrazione (dagli scopi tuttaltro che leggeri: “randello catodico-mafioso” lo chiama Travaglio nel Passaparola di ieri) presupponendo inoltre di arringare un pubblico giovane. Oltre la sprovvedutezza linguistica, non c’è comunque ancora la traccia di una notizia.
Certo non di cittadino qualunque: alle sue stravaganze siamo ormai abituati“. Naturalmente. Chi non è abituato alle stravanganze del celeberrimo giudice Mesiano? Il tono con cui la giovane giornalista ci apostrofa è figlio di una retorica di persuasione molto efficace. Nella costruzione:”alle sue stravaganze siamo ormai abituati” è facile mettere in dubbio il fatto che non siamo abituati (proprio perchè tale giudice era un emerito sconosciuto), ma è meno contestabile che egli sia un habituè delle stravaganze: sintatticamente la frase lo dà per scontato. E’ un meccanismo di presupposizione molto potente che racchiude in sè tutta l’efficacia dell’ellissi (le sue stravaganze a cui dovremmo essere abituati vengono taciute), dell’allusione (si allude al fatto che le sue stravaganze siano numerose) dell’aposiopesi (si tace una parte di discorso in maniera reticente, lasciando intuire il resto all’ascoltatore. Il meccanismo è teso a creare sospetto o suggestione).
Passeggia l’uomo Raimondo Mesiano per le strade milanesi. Davanti al negozio del suo barbiere di fiducia attende il turno“. Sembra un dettaglio ma in questo servizio ci si sputtana da soli (per usare un’espressione occasionalista). E’ infatti  questo, uno dei nodi fondamentali. Il protagonista del servizio è “l’uomo”, il cittadino, la persona altra rispetto alla sua carica istituzionale. Con l’espressione ‘L’uomo Raimondo Mesiano’ si fa ammissione di colpevolezza: si conferma che sotto attacco è finito il cittadino per le decisioni prese però in veste di magistrato.
E’ impaziente, non riesce a stare fermo: avanti e indietro. Si ferma, aspira la sua sigaretta, e poi ancora: avanti e indietro“. Formidabile. Lo scoop giornalistico di un uomo che passeggia di fronte al barbiere; ma si ferma per aspirare la sigaretta. Stesso meccanismo di allusione: il sottotesto è “cosa avrà mai da agitarsi tanto“. Stesso effetto persuasivo: possiamo contestare il fatto che stia camminando ‘avanti e indietro’ per motivi da tacere, ma è più difficile confutare la sua agitazione, anche perchè grazie al ‘potere retorico concreto’ del montaggio televisivo, le microellissi ci mostrano soltanto i momenti in cui l’uomo cammina.
Forse non sa ancora che il CSM lo sta promuovendo con un bel sette che per un magistrato equivale ad un 30 e lode universitario; insomma il massimo dei voti, e un bell’aumento di stipendio“. L’insinuazione è forte: il giudice ha ottenuto un bell’aumento di stipendio grazie alla promozione guadagnata emettendo una sentenza contro il premier: quindi per meriti politici. Sembrerebbe di trovarci di fronte alla abusata figura retorica dell’allusione, ma in realtà siamo in presenza di un paradosso. Ovvero: se il giudice avesse fatto quello che ha fatto per ottenerne un beneficio pecuniario sarebbe strano proprio perché la causa su cui si trova ad emettere un giudizio riguarda una corruzione di giudice. Se il suo scopo fosse stato “avere denaro” si sarebbe potuto far corrompere dall’imputato che a quanto risulta dai verbali è piuttosto generoso con i magistrati accondiscendenti (nel caso di parla di una sentenza acquistata per 2,7 milioni di dollari, di 20 anni fa).
Lui va avanti e indietro, avanti e indietro“. Epanadiplosi: si ripetono le parole ai fini di un’enfatizzazione. Si rafforza in questo modo il concetto di impazienza e agitazione già espresso. “Si rilassa solo al momento di barba e capelli. Finita la toilette continua la sua passeggiata. Due sole volte si sofferma: una al semaforo. L’altra a pochi metri dal passaggio pedonale per accendere l’ennesima sigaretta della mattina“. Sottotesto: “Nella foga della sua frenesia l’uomo si ferma solo quando deve: sulla sedia del barbiere, al semaforo, e per obbedire agli istinti dettati dalla droga della nicotina di cui questo debole uomo è estremamente (l’ennesima sigaretta, della mattina per giunta) schiavo.
Come fosse uno spot all’incontrario“. Questa metafora malriuscita la lasciamo all’immaginazione dei lettori.
Prima di uscire dal nostro campo visivo [ma come dice Grillo forse l'espressione "pedinamento" è più appropriata] ci regala un’altra stranezza“. Siamo al climax: l’articolo è stato elaborato sulle stravaganze di quest’uomo e ora possiamo vederne una. Si cambia registro, passando a un genere ibrido tra inchiesta e documentario :”Guardatelo seduto su una panchina: camicia, pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese” con chiusa in rima finale “di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare“.

La strategia comunicativa di questo breve pezzo di “inchiesta” si basa quindi sull’allusione e l’enfatizzazione di particolari, allo scopo di creare sospetto nell’ascoltatore, adottando tecniche di provocazione emotiva tipica della retorica pubblicitaria.
Parte di questo tono retorico sebbene sia piuttosto superficiale è funzionale all’ottica degli infangatori. La “giornalista” Annalisa Spinoso, precaria inesperta che ha accettato di partecipare ad un gioco più grande di lei è ora oggetto di attenzione da parte dell’ Ordine dei Giornalisti, come riporta l’Unione Sarda in data 17/10/09 , ed è finita anche nel mirino di facebook dove è nato il gruppo Cancelliamo Annalisa Spinoso che ad ora conta già 646 membri.
Dal canto suo Brachino ha dapprima negato ogni coinvolgimento nella vicenda, salvo poi rendersi conto con gaio stupore di essere il direttore del programma e quindi responsabile di ciò che mette in onda. Nelle sue “scuse”, che sono visibili su youtube cercando testualmente “come si scusa un pezzo di merda“, elabora un discorsetto senza nè capo nè coda paragonando il pestaggio mediatico effettuato su Mesiano alle “persecuzioni” di cui Silvio Berlusconi è stato oggetto negli ultimi mesi. Naturalmente la difesa sembra più un attacco, dimostrando che l’umiltà è un valore che, chi non ha la schiena dritta non può certo abbracciare.
Ignorando i propositi inizialmente annunciati in apertura vi metto in guardia sui possibili sviluppi della faccenda. Il caso del video in sé sembra essersi ridimensionato. Ma chi è stato educato alla politica dai pubblicitari e dai manager del marketing non accetta che il prodotto che vende (o in questo caso la parte politica che sostiene) passi dalla parte del torto, o meglio, non si configuri più come quel prodotto di cui la gente ha bisogno per riempire il vuoto generato da esso stesso. Entra in scena qui il ministro della giustizia (pensate a come le parole siano diventate veicolo di ossimori tra teoria e pratica) Angelino Alfano che dichiara all’Adnkronos: “Per me le scuse di Brachino chiudono un caso, ma ne aprono platealmente un altro: il diritto alla privacy vale solo se c’è di mezzo un magistrato? Solo in quel caso il diritto alla privacy prevale sul diritto di cronaca, e quando di mezzo c’è il diritto dei comuni cittadini e del capo del Governo?“. Il diritto alla privacy è diventato, a furia di essere evocato in questo modo, l’ombrello sotto cui nascondersi quando piove merda. Ma il paradosso è la frase:”il diritto alla privacy prevale sul diritto di cronaca[...]?”. Il diritto di cronaca, che deriva dall’art.21 della Costituzione (che sancisce la libertà di espressione), prevede che chiunque, ma in particolare un giornalista, possa raccontare con qualunque mezzo un fatto di INTERESSE PUBBLICO per come è. Ora dove sia l’interesse pubblico nel fatto che il Presidente del Consiglio si rifornisca di prostitute tramite un magnaccia e spacciatore che vende protesi inutilizzabili negli ospedali campani, lo vede anche un giovinetto. Mi sfugge però l’interesse pubblico in Raimondo Mesiano che passeggia di fronte al barbiere coi calzini “stravaganti”. Attenti quindi quando vengono fatti questi paragoni da personaggi prevenuti per educazione (come dicevo), perché educati in un ottica di piazzare un prodotto (che in questo caso è il partito che si identifica, come sempre è stato, in Berlusconi) che risponde solo alle leggi di mercato. Non a quelle dell’etica, della morale, della giustizia, o quant’altro. L’importante è che il prodotto Berlusconi non perda il fascino verso i suoi consumatori. Usare il discernimento nell’approcciarsi alle affermazioni di questa gente è indispensabile. Non perché siano dei maghi della comunicazione o dei persuasori occulti (ndr) ma perché in 15 anni hanno messo su un paradigma comunicativo teso a difendere una sola idea. Quando non si deve discutere di uno spettro di temi molto ampio, ma ci si concentra nella dialettica Berlusconi si- Berlusconi no, le variabili sono molte meno, migliorando così in quell’ottica che a fronte di minor quantità, migliora la qualità. E’ probabile quindi che qualora i giornalisti si limitino soltanto a riportare ciò che i politici proclamano senza far notare le macro-incoerenze alla base dei loro discorsi, la loro piattezza culturale uniformi il dibattito, politico e non, ad una sorta di tifo pre-religioso e post-calcistico.

Giansignore Merendini

Inglorious Basterds

•Ottobre 14, 2009 • Lascia un Commento

vert. Bastardi

Andare a vedere un film di Tarantino non è semplice. Il primo istinto è cercare di capire quale sia la strada che il regista ha preso: sai che dopo Kill Bill Volume 1, Grindhouse e Jackie Brown, puoi trovarti di fronte a qualcosa che spiazza completamente.
E’ strano vedere come invece Tarantino abbia fatto un passetto in avanti dimostrando di aver imparato la misura e la moderazione. Mai tanta misura era stata vista un un film di Tarantiniana genesi. Il regista abbandona le tendenze ad inquadrature feticiste. Ha abbandonato l’effetto ultra-violenza di derivazione Kubrick. Dimentica anche il dialogo alla PulpFiction/LeIene per reinventarlo in un più maturo poliglottismo europeo. Lo stile delle battute è cambiato in 15 anni di film, ma Tarantino rimane sempre un’esteta del linguaggio.
Il protagonista di Bastardi senza gloria, il portabandiera della “lingua prima dell’azione” è senz’altro il Colonnello Hans Landa, interpretato dall’ottimo Cristoph Waltz. Cannes 2009 gli ha consegnato il Prix d’interprétation masculine (palma d’oro per miglior attore) affiancandolo ad attori del calibro di Sean Penn, Tim Robbins, F.Whitaker, Depardieu, Gian Maria Volontè, etc…
Ottiene così la fama internazionale; sconosciuto al grande pubblico, è già stato scelto da Michel Gondry nella parte dell’antagonista del suo nuovo film The Green Hornet.

Inglorious Basterds è comunque un film “alla Tarantino” per tanti motivi, a cominciare dal titolo. Come già sentito fino alla nausea sappiamo che è un omaggio a Quel maledetto treno blindato di Enzo G.Castellari, che in America venne distribuito col nome The Inglorious Bastards.
inglorious-bastards

In realtà non è solo un’omaggio, ma una libera reinterpretazione del film del ‘77, di cui ha acquistato i diritti ma ne ha in ogni caso storpiato il nome. Inoltre Castellari, al secolo Enzo Girolami, fa una piccola comparsa tra i nazisti. Rivitalizzato, a quanto pare dal contatto con Tarantino, Castellari torna dietro la macchina da presa dopo quindici anni (la suo ultima opera, Jonathan degli orsi, è del 1994) per girare un film ispirato ad Arancia Meccanica, ma che nel titolo richiama spudoratamente quest’ultimo successo del regista di Knoxville: Caribbean Basterds.

[A vedere il trailer si direbbe soltanto un tentativo di sfruttare la pubblicità che Tarantino ha regalato a questo "maestro" del cinema assopito da anni: già da queste poche immagini si capisce che l'ambientazione e la fotografia hanno la stessa intesità di quelle dei film hard di produzione americana, girati molto spesso su yacht o in una villa].

La cinefilia “spinta” nei film di Tarantino fa scattare sempre una specie di caccia ai riferimenti nascosti. Dai più facili (Mike Myers che interpreta il generale Ed Fenech, annunciata allusione a Edwige Fenech, grandissima attrice del cinema italiano anni ‘80), ai meno diretti (Eli Roth, l’Orso Ebreo, che interpreta una prima scena di violenza, in cui spacca il cranio di un nazista con la mazza da baseball, è il regista del violento splatter Hostel).
Il marchio di fabbrica, presente in molte opere di Tarantino, marchio di foggia cinefila naturalmente, è lo “stallo alla messicana”, che molti spettatori avranno percepito come un puro momento tarantiniano.
Locanda “seminterrata”: il tenente Archie Hicox (M.Fassbender), il sergente Hugo Stiglitz (Til Schweigher), e un ufficiale del Reich si puntano la pistola a vicenda, creando una situazione di stallo: già visto? Certamente: la scena finale de Le Iene (già lì omaggio/furto a Cani arrabbiati di Mario Bava), così come in Pulp Fiction (Vincent Vega -J.Travolta- punta Coniglietta -Amanda Plummer- che tiene sotto tiro Jules -S.L.Jackson- che mira Zucchino -T.Roth)

Riferimenti precisi al Mexican Standoff più famoso: il duello finale de Il buono, il brutto e il cattivo forse massima espressione del cosìddetto spaghetti western di cui Sergio Leone fu il padre/pioniere.

Altro tratto fondamentale tipico del cinema tarantiniano è un’ibridazione di generi molto forte: egli stesso definisce Inglorious Basterds come «un western travestito da film bellico». Ma la cifra del “mosaico-registico” è estremamente più contenuta rispetto alla “Gesamtkunstwerk”, l’opera d’arte totale, rappresentata dai due volumi di Kill Bill, che riassumono quasi tutti i generi: dal comico splatter giapponese (con omaggi/furti ai film di Takashi Miike) all’anime orientale con echi alla Leon (1994, L.Besson); dall’azione in periferia USA, agli scontri nella migliore tradizione del Kung-fu movie; Dal western al sentimentale, all’horror, all’avventura, al fumettistico, al documentario.
In Bastardi senza gloria c’è una maggiore concentrazione, una focalizzazione, un restringimento di campo in questa prospettiva: l’ambientazione da film storico/bellico che cede il passo a una regia come già detto influenzata dal western italiano, è ispirata spesso ad una suspence che ricorda inevitabilmente Hitchcock. In alcuni momenti si avverte la comica atmosfera del Dottor Stranamore di Kubrick, mentre in altri la pesantezza (ricercata) del melodramma tedesco anni ‘30, in altri ancora reminiscenze di Vogliamo vivere (1942, E.Lubitsch). Ma non c’è fuori tema.
Possiamo dire che questo film colpisce per la sobrietà registica con cui Tarantino l’ha affrontato. Una trama estrema in cui, sempre la vendetta protagonista come nella migliore tradizione del regista, la Storia cambia e la II Guerra Mondiale termina grazie all’operazione Kino.
Di fronte ad un plot di questo tipo, una regia troppo invadente avrebbe avuto l’effetto ridondante avvertito per esempio in Grindhouse – A prova di morte, con risultati decisamente scarsi al botteghino.
Inglorious Basterds invece ha già superato la prova box office, che sebbene la prima settimana non abbia conquistato la vetta della classifica (qui in Italia) ora, dopo oltre 10 giorni di programmazione ha incassato quasi 5 milioni di euro.
Se una settimana (02/10/09) fa la situazione era questa:

  1. Baarìa (in sala dal 25/09/09) con € 2.094.182 (totale 5.528.619 €)
  2. Bastardi senza gloria (€ 2.000.490)
  3. G-force – Superspie in missione (quello dei criceti in 3D)
  4. Whatever Works – Basta che funzioni (il nuovo di Woody Allen)
  5. L’era Glaciale 3 (ancora in programmazione dal 28/08/09): alla settima settimana, solo in Italia, ha superato quota 28 milioni di euro.
  6. District 9 (ottimo esempio del new-sci-fi)
  7. La ragazza che giocava con il fuoco
  8. Un amore all’improvviso
  9. Pelham 1-2-3 (il nuovo di Tony Scott, quello con Denzel Washington e John Travolta)
  10. Whitout – Incubo Bianco

Ora la classifica (settimana 09/10/09) cambia, con i Basterds che spodestano il sopravvalutato Baarìa, che ha goduto di una tale affluenza di pubblico solo grazie alla martellante pubblicità di cui è stato protagonista nelle reti tv (il trailer in onda su pubbliche e private), sui giornali, nelle trasmissioni di approfondimento dedicati al Festival di Venezia, e perfino nei telegiornali. Prima o poi il pubblico imparerà a diffidare dei film troppo pubblicizzati, anche perchè il teorema è semplice: se la pellicola per essere venduta ha bisogno di troppa pubblicità evidentemente non è in grado di attirare il pubblico tramite il normale e sovrano meccanismo del passaparola.

  1. Bastardi senza gloria con un totale di € 4.834.353
  2. Baarìa: 3° settimana in programmazione raggiunge  € 7.882.609
  3. Fame – Saranno famosi (per carità) [New entry]
  4. G-force
  5. Whatever Works
  6. Barbarossa [N.e.]
  7. L’era Glaciale 3 (ormai a quota € 29.401.841)
  8. La doppia ora [N.e.]
  9. Le mie grosse grasse vacanze greche [N.e.]. E’ un mistero capire come sia entrato tra nella top ten.
  10. District 9

Ora che Inglorious Basterds ha guadagnato la posizione che merita in classifica possiamo anche vederne i punti deboli. La lunghezza di 148 minuti non è però uno di questi. Il film scorre via leggermente; non si avverte la pesantezza di 2 ore emmezzo di visione. Diviso in cinque capitoli di lunghezza  sempre maggiore.
I – Once Upon a Time in Nazi Occupied France: è forse il miglior capitolo del film.
II – Inglourious Basterds: viene presentata la squadra che dà titolo al film.
III – German Night in Paris: numerose e lunghe digressioni da cinema tedesco. Oscure per la maggior parte del pubblico che si perderà tra Pabst, Leni Riefenstahl e Emile Jannings
IV – Operation Kino: l’ “Operazione Kino” sembra fare il verso all’ “Operazione Valchiria” dell’omonimo film di B.Singer, uscito a gennaio di quest’anno. Tom Cruise, nei panni del colonnello Stauffenberg, guiderà l’operazione con l’intento di uccidere Hitler, ma questa volta la storia viene rispettata.
V – The Revenge of the Giant Head: le due trame separate (Shoshanna e Inglorious Basterds) si ricongiungono. Gran finale.

Il difetto peggiore del film è però legato a questa sua leggerezza: è un’opera piena, con tanti elementi, brillanti dialoghi con pretese (legittime) di realismo. Ma sembra vuoto. Dopo due ore emmezzo quello che rimane del film è proprio poco. Brad Pitt nei panni di Raine è bravo, molto bravo, ma non è memorabile. Gli altri Basterds sono incolori e senza spessore, a parte Stiglitz che ha un flashback tutto suo con una presentazione da poliziesco USA anni ‘70.
I tedeschi cattivi e macchiettistici (basti pensare Hitler) sono, odiosi, viscidi, e a tratti ridicoli, ma si fatica a ricordarli dopo qualche ora. Solo Landa e Goebbels (quest’ultimo caricaturale) lasciano un segno. La vendetta finale sembra arrivata troppo tardi e perde forse la sua funzione catartica. Shoshanna (la ragazza ebrea che architetta l’attentato) muore per mano di uno scialbo Daniel Bruhl (F.Zoller, il giovane soldato protagonista di “L’orgoglio della nazione”), un insulso personaggio presente spesso sulla scena.
Inoltre la riflessione un po’ banale della presenza in assenza, di Shoshanna che dà il comando di bruciare tramite la sua immagine nel film sebbene sia già morta, è una materia propria dei teorici francesi degli anni 30 e 40. Un po’ stantia dunque.

Detto questo, Inglorious Basterds è un film da vedere, e sicuramente da rivedere. Impossibile prevedere se diventerà un cult o meno. Per ora possiamo almeno stare sicuri che i produttori non avranno paura a finanziare il prossimo film di Quentin Tarantino.
Giandomenico Casetti Bolognini per comequelfilm

L’Italia dei fotografi da pescheria

•Ottobre 11, 2009 • Lascia un Commento

Canalis 09-10-09

Trovacinema.repubblica.it di oggi 11/10/09 (noto sito di informazione cinematografica del Gruppo Editoriale L’Espresso).
Tra le importantissime notizie “cinematografiche” in primo piano si legge: “Eli compra il pesce per George – Nell’antica pescheria di piazza Garibaldi di Sulmona la Canalis ha acquistato una spigola e ha chiesto un consiglio su come cucinarla“.
Sono importanti informazioni di cui un appassionato cinefilo, o anche chi semplicemente cerca se un film venga proiettato nella sua città, non può fare a meno.
Si, perchè il collegamento col cinema è diretto. Cioè se ti piacciono i film ne avrai sicuramente visto uno con George Clooney. Naturalmente saprai che G.Clooney sta insieme alla Canalis, fatto di grossa importanza già di per se. Ma questo, caro spettatore del mondo di celluloide non ti basta. Sei ovviamente curioso di come la loro storia proceda. E quindi perchè mai non dovresti essere interessato a cosa la Canalis ha comprato per la cena di George. Ma la notizia bomba è che ha chiesto consigli su come cucinarla. Le riviste specializzate stanno preparando degli editoriali di diverse pagine in cui descriveranno la qualità dell’aglio usato nel soffritto dell’ex velina. Siamo riusciti a sapere che “Segno Cinema” di fine anno dedicherà un poster formato 120×160 della bottiglia d’acqua minerale bevuta in casa Clooney con, udite udite, 2 limoni in primo piano che vengono proprio da un albero piantato nel giardino dell’attore. I “Cahiers du cinéma” sono invece impegnati nella redazione di un saggio che verrà pubblicato nel numero di novembre. Il tema sarà la pettinatura di G.Clooney e della Canalis prima di mettersi il casco (per salire sulla moto) e dopo esserselo tolto, dando vita ad un imperdibile inserto: Tricofenomenologia moto-velino-cinematografica.
Nel prossimo numero: quali detersivi userà Elisabetta Canalis per smacchiare le camicie di George? Da non perdere.
E’ utile commentare la patina surreale che circonda il mondo del cinema? O il mondo in generale che la quasi totalità dei media ci propina?
No. Se nei siti dedicati all’universo cinematografico (italiano) si è andati così tanto oltre, ciò significa che è stato superato il punto di non ritorno. La grettezza e la bassezza intellettuale dei responsabili di questo comportamento (cioè ritenere che il pesce che una velina compra ad un attore sia una notizia) è purtroppo il prodotto di una società che ha abbandonato l’idea che i suoi membri siano esseri dotati della capacità di discernere tra cacca e pipì.
Il cinematografo.it scriveva il 7 settembre “Il cerimoniale della Mostra è già al lavoro mentre Il Giornale assicura che Elisabetta vestirà un abito firmato da Chanel e rinuncerà per un giorno alla conduzione di Trl su Mtv da Genova pur di raggiungere Clooney a Venezia. [...] Dopo la proiezione del film, in cui Clooney recita al fianco di Kevin Spacey e Ewan McGregor, i due dovrebbero raggiungere il mega party organizzato per l’attore al Casinò di Venezia da Medusa“.
Si evince che anche l’ottimo “Il Giornale” si è occupato dell’importantissima relazione che attira l’attenzione dei media italiani.

Ma torniamo all’articolo di apertura, perché “Il Centro“, quotidiano abruzzese, ha trovato giusto pagare un certo Claudio Lattanzio per aver scritto le faccende quotidiane di Elisabetta Canalis che cucinerà la spigola al forno in guazzetto.
E’ chiaro su cosa si concentra l’attenzione?
Ora anche l’attenzione della nostra redazione si è focalizzata sull’argomento, ma solo per riuscire a gestire la nausea provocata da questo ulteriore tassello che va a comporre il mosaico di un’Italia rovinata da un abbassamento culturale degno dei peggiori bar di Caracas.
Anche quest’ultima similitudine è indice di quanto il messaggio pubblicitario, sovrano indispensabile di ogni medium, eserciti un forte potere di infiltrazione anche sulle menti più allenate al pensiero indipendente.
Eviteremo pertanto una critica di quanto successo. La notizia (come si sia guadagnata lo statuto di notizia è un discorso che fa riflettere) della Canalis che compra il pesce è cinema? Quando nessuno troverà più da obiettare ad una farsa talmente palese allora potremo chiudere le scuole e stare tutti insieme a rincoglionirci davanti alla televisione. Perchè studiare se basta fidanzarsi con un attore famoso e poi cucinargli il pesce? Si, ragazze, fate bene a voler diventare veline. Se vi andrà bene sarete seguite dai “giornalisti” anche in pescheria. E voi ragazzi, perchè studiare? Insistete coi provini in televisione. O diventate calciatori. Non vorrete mica finire a fare un lavoro vero? Come fareste senza fotografi in pescheria? Oppure diventate fotografi di pescheria. L’odore è un po’ invadente, ma poi ci si abitua, e se si sceglie la pescheria giusta si possono fare anche scoop come questi. Il Pulitzer è dietro l’angolo.


La redazione

Videocracy. La banalità del banale.

•Ottobre 7, 2009 • Lascia un Commento

Quando venne pubblicata la notizia che Videocracy non era stato accettato in concorso nella selezione ufficiale del Festival di Venezia ci fu subito un moto di stizza da parte di chi giudicò la scelta più politica che stilistica, o genericamente cinematografica.
Se a pensar male in questo paese non si sbaglia quasi mai, dopo aver visto Videocracy sorge più di un robusto dubbio riguardo all’esclusione dal concorso del documentario di Gandini.
Il film è infatti di fattura dozzinale, poco originale e graffiante quanto le unghiette dei criceti anziani.
Inserito in programmazione dalla Settimana internazionale della critica e le Giornate degli autori questo blando documentario all’acqua di rose ha suscitato una valanga di polemiche più per merito esterno che non per qualità proprie. La volontà censoria che ha infatti visto Mediaset e RAI rifiutare il passaggio televisivo del trailer di Videocracy non ha fatto altro che sostenere pesantemente ciò che nel film non è stato neanche timidamente accennato: il duopolio televisivo italiano è in realtà un monopolio.
Se Mediaset infatti annuncia frontalmente che non manderà in onda il promo del Gandini documentario perché ritiene che questo la danneggi, la RAI a richiesta di spiegazioni (da parte della distribuzione italiana Fandango dell’ottimo Procacci) concretizza in legalese il detto “arrampicarsi sugli specchi”.
Parafrasando il pensiero RAI: «anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto».
Io ho visto tutti i 156 episodi, i 3 film per la tv, e la pellicola di Ai confini della realtà e mai a nessuno degli sceneggiatori è venuta in mente una porcheria del genere.
Abbiamo fatto analizzare la risposta della RAI dal nostro team di linguisti, coordinato da Manlio Di Saronno. Il risultato dell’analisi giuridica, e psicolinguistica sulle parole della tv di stato in merito a questa vicenda è unanime: “sono una serie di coglionate”.
Si cerca di giustificare una presa di posizione, invocando l’equilibrio e la necessità di non prendere posizione. Anche un asino autistico capirebbe che il ragionamento è quantomeno “coglionesco” (utilizzo qui il termine tecnico proposto dalla commissione di linguisti).
La RAI si dimostra qui come il padrone di una piccola bottega di alimentari che difende il diritto che il grande centro commerciale sortogli davanti ha di rovinarlo. Singolare.
La RAI rifiuta il trailer di Videocracy È un film che critica il governo (La Repubblica 27/08/09)
Videocracy, censura della Rai ora se ne occupi il consiglio (La Repubblica 28/08/09)

Il documentario dell’italo-svedese Erik Gandini si promette di raccontare in 80 minuti la condizione socioculturale italiana, diretto prodotto di trent’anni di televisione (per lo più) commerciale. Se per i primi 3 minuti il documentario sembra porre le premesse per un’approfondita analisi della comunicazione televisiva nostrana, i 77 minuti rimanenti sono un poderoso buco nell’acqua.
Gandini infatti, che evidentemente in Italia ci vive poco, e non capisce i meccanismi leggermente più profondi che governano i legami socio-televisivi, cade come un ingenuo scolaretto nella stessa trappola che cerca di smascherare.
Chi in Italia non è stato ancora rovinato dalla sovraesposizione televisiva può facilmente capire come i 3 cardini della pseudio-inchiesta di Videocracy facciano leva sul fascino che la tv ha su milioni di persone.
Lele Mora, Fabrizio Corona e un semplicione del nord con l’intelligenza di una cassettiera.
Gandini infatti non ci illustra i danni che la tv ha fatto in trent’anni. Non ci dice quali siano i meccanismi che hanno mandato in loop la crescita culturale. Non propone in che modo neutralizzare questo flusso di barbarie. E non fornisce neanche i dati necessari per comprendere la commistione tra tv e politica che sovrintende alla comunicazione mediale in Italia dal 1993 in poi.
Il suo film è una banale fotografia del patinato mondo televisivo, con qualche zumata sulle storture di alcuni protagonisti: Lele Mora con gli inni fascisti nel cellulare, Fabrizio Corona che venderebbe anche la madre pur di fare soldi, e un merlo della periferia nord-est che sogna la fama imitando Ricky Martin e Van Damme.
E’ una timida sbirciata nel “dietro le quinte” televisivo e una pubblicità per Corona che sfrutta quest’occasione per mostrare il suo organo filiforme. Gandini non è abbastanza sgamato da fare un documentario sull’Italia in Italia. Se il nostro non è più un paese di grandi inventori e scienziati, è ancora la patria di una furbizia che chi non vive qua non può certo controbilanciare.
Chi nel nostro paese ha visto questo pallido documentario l’ha certamente trovato piuttosto incolore. E chi si aspettava una critica sul sistema socio-televisivo, ha visto soltanto il patetismo di un quasi-trentenne, che, per quanto Gandini provi a farlo assurgere a rango di esempio generazionale, ha sicuramente un background problematico in cui il lavaggio del cervello televisivo ha occupato un posto già vuoto in precedenza. Gli effetti della corruzione delle immagini RAI-Mediaset vanno ricercati in altri luoghi o con altri metodi.
Difficile quindi non mettere a paragone Videocracy con un prodotto più breve, ma più focalizzato e decisamente più tagliente, che è Il corpo delle donne di Lorella Zanardo (http://www.ilcorpodelledonne.net/) visibile gratuitamente sul sito dedicato. La Zanardo infatti quest’anno ha prodotto un piccolo documentario di 25 minuti che trova la sua caratteristica più forte nel commento che accompagna le immagini. Il testo, recitato dalla stessa Zanardo e da Marco Malfi Chindemi, analizza con acume la figura femminile esibita in televisione mostrando la deviazione sociale che ne deriva. Tra domande retoriche e non, il tono di denuncia è soppiantato da una fredda analisi mai passibile di parzialità. Trova così nel suo breve documentario la cifra di quell’ “occhio innocente” che la semiotica raccomanda nell’approccio ad un testo (sia esso scritto, visuale, o audiovisivo).

Qui il trailer de “Il corpo delle donne”. Non segue le moderne regole del trailer. Fornisce un’anteprima, mostrando i primi due minuti del documentario. Sicuramente meno accattivante nella veste grafica. Meno luminoso. Meno curato nella parte tecnica. Ma con meno fronzoli. Più diretto.

Videocracy si pone quindi nel panorama cinematografico come un prodotto banale. Al di sotto, per critica e per intelligenza, de Il corpo delle donne. Inferiore, per approfondimento socio-politico, a Quando c’era Silvio (2005, Regia di Ruben H.Oliva, e scritto da E.Deaglio e B.Cremagnini); più modesto, in quanto a ferocia, rispetto all’ormai celebre Citizen Berlusconi (documentario del 2003. Regia di S.Gray e A.Cairola); e infine meno originale e accattivante degli stessi servizi de Le Iene (in onda su Italia 1) quando trattano simili argomenti.

Ci si sarebbe quindi aspettati un lavoro “alla Michael Moore”, ma gli auspici sono stati disattesi.
Per gli amanti del genere documentario è però in arrivo l’ultima produzione proprio di Moore, Capitalism – A Love Story che promette un ampio respiro narrativo e non un montaggio arraffazzonato in sostegno di una tesi poco originale.


Giansignore Merendini

Angeli e demoni

•Ottobre 5, 2009 • Lascia un Commento

Angeli e demoni

Ron Howard normalmente dirige film buoni se non molto buoni. Pensate al bellissimo A Beautiful Mind, al brillante (anche se storicamente impreciso) Frost/Nixon, o al sottovalutato EdTV, per non parlare del cult sentimentale Cuori ribelli.
E’ strano quindi che allorchè questo regista di razza traspone un’opera di Dan Brown si ammanti della stessa aura di mediocrità propria dello scrittore di best seller.
Se nel libro si intuisce l’identità del cattivo dopo la quarta apparizione del personaggio, nel film si capisce chiaramente alla seconda. E non alla prima solo perchè nell’incipit l’antagonista non interagisce con nessuno.
Consigliato a chi apprezza i film lunghi e banali.
Sconsigliato a chi ha già imparato la tabellina del 6.

Generazione mille euro

•Ottobre 5, 2009 • Lascia un Commento

soldi no fotoVERDE

Mezzo cast importato da Boris, serie tv italiana atipica (perché brillante e divertente). Carolina Crescentini, Alessandro Tiberi e Valentina Lodovini. Simpatiche (micro) partecipazioni di Paolo Villaggio, Lucia Ocone e Natalino Balasso. Ottimo come sempre il Nongio (Francesco Mandelli), anche se in un ruolo che anche a lui immagino puzzi di stantio ormai.
Regia efficiente e prevedibile di Massimo Venier che nella sua carriera può vantare tutti i film riusciti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo e un meno lodevole Mi fido di te dei comici dal repertorio sempre uguale Ale e Franz.
Consigliato a chi ha apprezzato quella furbata di Tutta la vita davanti.
Sconsigliato a chi non ride se non ci sono parolacce o scorreggie. O rutti.

Star System – Se non ci sei non esisti

•Ottobre 5, 2009 • Lascia un Commento

star system - se-non-ci-sei-non-esisti

Filmetto americano gradevole. Sulla prevedibile consecutio morale-successo-morale si snoda una leggera trama che ha pretese di omaggiare La Dolce Vita, ma che finisce per ricordare soltanto Il Diavolo veste Prada. Simon Pegg protagonista non viene sfruttato con intelligenza da una storia troppo debole in cui i ruoli sono eterni, immutabili e disegnati con l’accetta.
Kirsten Dunst e Jeff Bridges misurati ma sicuramente non indimenticabili.
Consigliato a chi vuole vedere una commedia americana leggera ma non stupida.
Sconsigliato a chi nella lista dei suoi film preferiti al primo posto ha Tutti pazzi per Mary.

1408

•Ottobre 5, 2009 • Lascia un Commento

1408

Il titolo è un enigma. 1408. Solo alla fine scopri che 14 sono le volte in cui ti vergogni al posto del regista. E 08 è l’età massima degli spettatori a cui è destinato il film.
Già a 10 minuti dall’inizio si capisce che la struttura sarà: “i fenomeni cardine che dovranno spaventare saranno legati al passato del protagonista, così il pubblico, sicuramente interessato alla sua avvincente storia, potrà far luce sulla vicenda che brama di conoscere“.
Detto in parole povere: questo film gode di qualità ontologiche escrementizie di altissimo livello.
Sconsigliato in genere.
Consigliato a chi legge Libero.