Primer, la fantascienza

PRIMER

Regia: Shane Carruth
Sceneggiatura: Shane Carruth
Fotografia: Shane Carruth
Montaggio: Shane Carruth
Musiche: Shane Carruth
Interpreti principali: Shane Carruth, David Sullivan, Casey Gooden, Carrie Crawford, Anand Upadhyaya
Produzione: Shane Carruth, Usa, 2004 (produzione indipendente)
Durata: 79′

Primer: filamento di acido nucleico che serve come punto di innesco per la replicazione del DNA. Che linguaggio difficile. Neanche tanto. Chiunque abbia un minimo di basi di biologia molecolare può facilmente intuire a cosa serva il primer. E chi non ha questo tipo di conoscenze può facilmente formarsi da autodidatta sulla rete con una discreta ricerca. Ecco. Una volta capita (a grandi linee) quale sia la funzione di un primer è possibile comprendere anche la metafora che sta alla base della scelta del titolo di questo illuminante lungometraggio di produzione indipendente.
Metafora, o meglio analogia, che vede il tempo, o più precisamente la “linea temporale” (espressione poco usata in italiano, che trova il suo corrispettivo, molto più diffuso tra gli anglofoni, in “timeline”) come un costrutto sul quale è possibile intervenire come se fosse un processo biologico. O magari energetico.
Primer, scritto, diretto, prodotto, interpretato, montato e musicato dall’eclettico Shane Carruth è un film fantascientifico che gioca le sue carte migliori nell’aderenza con la realtà. Racconta una storia basata su qualcosa che è ancora considerato pseudoscienza: i viaggi nel tempo.
E’ una produzione che risale al 2004, che ha goduto di riconoscimenti presso diversi festival tra cui il Gran Premio della giuria per il miglior film drammatico al Sundance Film Festival nello stesso anno; mai distribuito in Italia. Portato alla nostra attenzione dall’ interessante iniziativa “I Dispersi” (http://www.hideout.it/blog/indice.html) che seleziona una palette di film meritevoli della nostra attenzione, ma ignorati dalla miope e econoclasta (termine appena appena coniato, ma che rende in pieno l’idea) distribuzione italiana, si propone come capolista di un trend rappresentato su grande scala dagli imprevisti risvolti della serie televisiva più acclamata di tutti i tempi (Lost).
Il genere fantascientifico rinato nei primi anni del 2000 è diretto discendente di quello sessantesco, ma trova nuova linfa nelle legittimazioni “scientifiche” che vengono fornite a sostegno di tesi altrimenti poco credibili.
Il tempo rappresenta il campo della scienza più oscuro e intrigante di tutti. Da sempre oggetto di riflessioni filosofiche e teoriche, oltre a non aver ancora ricevuto una definizione largamente accettata, definito vagamente come 4° dimensione, il margine di incertezza che lo circonda è talmente ampio da costituire un campo di indagine sempre fresco e interessante. Pensate ad altri due concetti di cui l’uomo non ha ancora capito un tubo e a quante speculazioni teoriche, teologiche, filosofiche, narrative, ecc, li abbiano e li vedano ancora protagonisti: l’ amore e la morte. Bene. Io credo che il tempo vada a costituire il terzo elemento di una trinità che alimenterà i pensieri romanzeschi e non solo, per eoni (come avrebbe detto Lovecraft).
Dico questo perchè la nostra era è una diretta figlia di un positivismo mai morto che cerca spiegazioni assolute in barba alla rivoluzione del relativismo che ha segnato il progresso del pensiero scientifico dell’ultimo secolo. Inoltre il cambiamento sociale attivato da internet permette a chiunque di farsi un’idea più o meno su tutto e di approfondirla quanto gli piaccia, e di rimando, esprimere le sue opinioni su larga scala così da influenzare il pensiero di una massa di individui prima non raggiungibile.
In soldoni: negli anni ’60, io, grande casa di produzione americana, faccio un film sui viaggi nel tempo leggittimando le incoerenze scientifiche con postulati dogmatici confutabili da un ristretto numero di persone. La plausibilità del soggetto alla base del prodotto che commercializzo non è in pericolo; per i più il mio film non sarà una emerita cazzata. Ora invece con la rete, una convergenza di diversi fattori, tra cui l’importanza e la velocità con cui i fenomeni di fandom nascono e agiscono, la diffusione cappillare di un prodotto altrimenti inaccessibile, la concretezza della conoscenza immediatamente disponibile, e i fenomeni di intelligenza collettiva che sono spesso alla base delle comunità che si occupano di un certo oggetto cultuale, non la farebbero mai passare liscia a un prodotto men che curatissimo.

Quindi, se prima la fantascienza poteva godere di successo pur presentando prodotti sorretti da soggetti, motivazioni e legittimazioni (scientifiche) poco più che puerili, ora per avere lo stesso riscontro dovrà soddisfare un pubblico molto più attento, unito ed esperto.
Sembra che chi produce la fantascienza in questi ultimi anni abbia imparato la lezione. A beneficio nostro e loro. E uno dei risultati è proprio Primer che tiene occupate le menti più curiose con un intreccio di timeline degno delle prime cento pagine dei grandi romanzi russi.

primer_timeline

Lo stile con cui è girato il film è molto originale anche se può risultare claustrofobico. La mdp indugia di continuo con PP e PPP sul viso dei protagonisti, demandando alle loro espressioni l’incarico di farci capire se quello che sta succedendo è un bene o un male. La storia infatti, fino a metà del film è come sospesa in un limbo in cui si illustra a spizzichi e mozzichi la genesi dell’invenzione scientifica, mostrandoci anche la vita privata dei protagonisti; piano piano proprio come degli scienziati che sperimentano in laboratorio, dopo una serie di tentativi riusciamo a capire di cosa tratta la trama.

La seconda parte del film più narrativa della seconda (anche se le logiche classiche sono spodestate a favore di un macro-montaggio teso nè a chiarire, nè a confondere) si ingarbuglia in una serie di piani temporali che fatichiamo a tenere in ordine.
Da qui in poi assistiamo a una riflessione su come sfruttare l’enorme potere del viaggio nel tempo. Soldi? Conoscenza?
Il finale svela cosa sia successo, ma sembra svelarlo in codice.
E’ un film da rivedere. Purtroppo la sottotitolazione contribuisce a disperdere l’attenzione che l’immagine merita.
Ottimo lavoro del gruppo Itasa (Italian Subs Addicted) che in collaborazione con Hideout ci ha permesso di vedere una bella opera che sarebbe rimasta sepolta chissà per quanti anni ancora.

Giandomenico Casetti Bolognini per comequelfilm.wordpress.com

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~ di giansignoremerendini su luglio 16, 2009.

Una Risposta to “Primer, la fantascienza”

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