Songs of shame

Analisi ragionata sugli inni elettorali italiani

Forza alziamoci
il futuro è aperto, entriamoci
e le tue mani unite alle mie
energie per sentirci più grandi grandi
Forza Italia mia
che siamo in tanti a crederci
nella tua storia un’altra storia c’è
la scriveremo noi con te

E forza Italia per essere liberi
e forza Italia per fare per crescere
e forza Italia c’è grande orgoglio in noi
di appartenere a te
ad una gente che rinasce con noi
ooh ooh ooh
ooh ooh ooh
ooh ooh ooh ooh ooh
ooh ooh ooh ooh

Nella tua storia
un’altra storia c’è
la scriveremo noi con te

e forza Italia è tempo di credere
dai forza Italia che siamo tantissimi
e abbiamo tutti un fuoco dentro il cuore
un cuore grande che
sincero e libero batte forte per te

Il 9 dicembre del 1993 l’inno viene presentato all’inaugurazione del primo club di Forza Italia.
Su questo storico inno, scritto dallo stesso Berlusconi, in oltre 15 anni è stato detto tutto. Sono state fatte parodie (per esempio i Gem Boy), è stato cantato da improbabili sostenitori (Elio, in presenza di M.Travaglio e P.Gomez) e letto da testimonial inverosimili (Bertinotti a viva radio 2).
Quello che manca ad oggi forse è un’analisi della strategia comunicativa sottesa al video della canzone.
L’inno di Forza Italia ha aperto un trend che ha contribuito a rendere più popolare la politica, cercando di applicare le leggi pubblicitarie che governano rigorosamente il mondo commerciale, in un ambito vergine (comunicativamente parlando) come la politica italiana.
Molto è stato detto anche su quanto il modo di fare politica di Berlusconi abbia introdotto nuove regole nel gioco, ma questo non spiega come mai queste regole siano state accettate da tutti senza batter ciglio.
Piuttosto che incontrare una ovvia definizione di ridicolaggine, l’idea di cercare la partecipazione dell’elettorato tramite una canzone dotata di video, è stata abbracciata anche dagli oppositori, pure se a distanza di qualche anno.

Il video musicale che porta alla ribalta il partito del neo-candidato (allora, alla fine del 1993) Berlusconi, porta in sé il germe di una cultura già compromessa da una globalizzazione visiva e dei codici comunicativi.
Infatti l’Italia era già stata invasa in quegli stessi anni da MTV (allora visibile solo su satellite, e in replica su diverse tv locali, ma quotidianamente) che associava le musiche ai video, rendendoli un binomio indissolubile col passare degli anni (negli Stati Uniti questo avveniva già dall’ 81).
Nel 1992 invece fu la volta del “Karaoke”, il programma televisivo di enorme successo, durato fino al 1995 e che ha visto la nascita televisiva del personaggio Fiorello.
Non solo. Per dare l’idea dell’impatto che “Karaoke” ha avuto in Italia, in tanti settori, è bene far notare come grazie a questo programma sia stata individuata nel palinsesto televisivo la fascia oraria più importante (all’infuori del prime-time), il cosiddetto pre-serale. Fino ad allora poco era stato investito in questa fascia (neanche considerata a se stante prima di Karaoke) mentre dopo divenne quella di maggior successo, contenente ad oggi la maggiorparte dei programmi più conosciuti e a sempre più alto budget. (da chi vuol essere milionario, a l’eredità, al gioco dei pacchi, a sarabanda ecc…).

Ecco. Il video di Forza Italia unisce in se le caratteristiche della cultura musicale giovanile che va formandosi in quegli anni (musica + video = MTV) e il testo da leggere a video che si colora in sincrono con la musica (proprio la caratteristica principale del “Karaoke”)
E’ opportuno notare come la cosa non sia casuale, tant’è che il testo si colora di blu, mano a mano che le parole devono essere pronunciate (come nel celebre programma di Fiorello); e anche il carattere utilizzato per le parole è lo stesso. Tra tutti i caratteri disponibili (e leggibilissimi) si cerca proprio quello? E tra tutti i colori, si va a finire proprio sul blu?

Strategia comunicativa; che non aggiunge niente al panorama del momento, ma si limita a fare un collage, sfruttando inoltre le proprietà retoriche e patetiche del testo.
Ad una lettura del testo è impossibile non vedere come i classici “pensierini” che venivano fatti scrivere dalle maestre in prima e seconda elementare trovino qui la loro realizzazione più forte.
Da “le tue mani unite alle mie” a “Forza Italia per essere liberi“, è palese “l’apologia di retorica”, un gravissimo reato contro la lingua italiana, che in questi ultimi quindici anni ha subito attacchi sempre più frequenti.
Non mi soffermerò sulla scelta del nome del partito (su cui centinaia di penne si sono consumate) per passare al commento del video.

La prima inquadratura mostra la bandiera del partito Forza Italia. Bandiera verde e rossa, con la scritta in bianco. I colori della bandiera nazionale sono perciò utilizzati per richiamare un senso di appartenenza negli italiani che la vedono. Con la scritta Forza Italia a caratteri cubitali che sfrutta anche quella passione subconscia che anima granparte degli italiani per lo sport nazionale.
Cosa che Berlusconi sa bene, in quanto presidente del Milan già dal 1986.
C’è qui in nuce il genotipo della politica dei prossimi 15 anni, ovvero l’elettore/sostenitore trasformato in tifoso: più incline a votare per questioni di fede (come quella calcistica) che per motivi razionali (che dovrebbero governare la scelta dei gestori di un paese).
Seguono quattro inquadrature tese ad ispirare calma, purezza e bellezza, che mostrano diversi panorami dell’Italia: la nebbia vista dalla cima di una montagna, un tramonto, acqua limpida e un campo di grano; quattro immagini che sembrano copiate e incollate dagli spot del Mulino Bianco.
Parte il testo cantato con dei contrappunti visivi di un parallelismo disarmante.
Sulle parole “Forza alziamoci” si vede un nugolo di persone che cammina quietamente (che dovrebbe rappresentare il popolo che ha deciso di rinascere, insieme); con “futuro” si sprecano le inquadrature di bambini più o meno piccoli; e con “le tue mani unite alle mie“, un bambino di 4 anni o giù di li prende la mano della madre, e una coppia ride e scherza nella luce del tramonto.

Con “energie per sentirci più” ci vengono mostrati degli interni di laboratorio (perché è la ricerca che genera il progresso che permette la rivoluzione energetica), mentre con “grandi grandi” vediamo ampie piazze italiane. Che sono grandi.
Il cine-pugno di Ejzenstejn diventa qua una cine-carezza dove non c’è contrasto, e non si cerca di generare nessuno stimolo intellettuale nello spettatore.
Siamo di fronte a una magnifica lezione di involuzione cinematografica, mai teorizzata neanche dal più audace dei catastrofisti comunicativi.
Da qui in poi si sprecano le immagini delle località più conosciute d’Italia, dalla torre di Pisa, al Colosseo, alle Dolomiti, passando per borghi medievali mai sovraffollati o trafficati.
Si continua con la tecnica già discussa: il parallelismo audio/video. Con “crescere” vediamo gli alberi (banale associazione di idee); con “tanti” osserviamo una folla di persone. Con “crederci” non mi sarei stupito di vedere una chiesa a tutto campo, o un primo piano di un’icona sacra, ma forse non hanno voluto mischiare il sacro con il profano, per non offendere l’elettorato cattolico che in Italia è sempre molto attento alle questioni di immagine.
Per tutto il video imperversano le rappresentazioni del patrimonio culturale e naturalistico italiano, con dei clichès degni dei National Geographic anni ’70 o degli spot dell’acqua Levissima.
Arriviamo al minuto 2’26” dove sentiamo “e abbiamo tutti un fuoco dentro al cuore“: qua vediamo nonno, padre e figlio che giocano, un gruppo di ragazzi che gioca a calcio e sulla parola “fuoco” una famiglia sul divano che guarda la tv davanti a… un fuoco. Cosa si può aggiungere?
Alla luce di quanto detto sono immagini che si commentano da sole, e che proprio per questo hanno avuto un fortissimo impatto sul pubblico.
Sono facili da leggere, mostrano la parte più bella del paese e rimandano a tanti di quei buoni sentimenti che se slegate dal loro referente politico potrebbero essere usate come rieducazione per carcerati.
Il punto è proprio questo. La canzone (e di conseguenza il video) funziona come uno spot. Pubblicizza un prodotto diverso da come realmente è, ed è teso a creare un vuoto nello spettatore/elettore che può essere riempito solo dal prodotto “in vendita”.
Il testo ci dice infatti di “rialzarci” lasciando intendere che siamo a terra, e questa forza di entrare nel futuro ce la possiamo avere insieme a Forza Italia. Fantastico. Come i prodotti per i capelli lucenti: “Hey, guarda i miei capelli. Li vorresti eh? Li puoi avere solo con questo shampoo”. Tu stavi pensando ai tuoi capelli? No. E perchè no? Perchè andavano benissimo così com’erano. Ma c’è quella della pubblicità che ce li ha molto più lucenti dei tuoi. E adesso tu sei quella con i capelli non curati.

Accantoniamo la strategia comunicativa degli esperti per vedere un surrogato di inebetente fattura.
Infatti gli avversari di Berlusconi hanno deciso di sfidarlo sul suo stesso campo.
Come potete capire guardando questo video, è stato un gravissimo errore.

Come detto nell’introduzione dell’articolo l’idea dell’inno per un partito è stata accolta dagli oppositori di Forza Italia.
Già nel 1999 il comico Corrado Guzzanti con una parodia di Rutelli (maggior esponente dell’Ulivo) aveva intercettato uno scenario simile a quello che si sarebbe realizzato poco meno di 10 anni dopo.

Il PD (partito democratico) fondato nell’ottobre del 2007 da Walter Veltroni decide di partecipare alla campagna elettorale di aprile 2008 sfoggiando una canzone raccappricciante da contrapporre al nuovo inno di battaglia del neo-nato PDL.
La notizia della battaglia elettorale a suon di canzoni viene riportata con il solito “caciarismo” anche dal TG1 del 27 marzo 2008 che con il commento di Vincenzo Mollica mostra un giornalismo tendente a banalizzare e sottovalutare il vortice di bassezza culturale in cui la politica italiana è scaduta. Con il commento finale alla tarallucci e vino il “giornalista” auspica un futuro in cui ci sarà la “compilation delle canzoni della campagna elettorale che magari finirà in hit-parade”.

La canzone “I’M PD” è stata creata dal gruppo 02PD, ovvero il circolo del Partito Democratico di Milano. E’ un inno che di inno ha ben poco. Se infatti “Forza Italia” era cantata con voci a metà tra il lirico, l’operistico, e il tifo calcistico, questo ha più la sprovvedutezza di un coro da spiaggia.
La buona creanza di inventare una musica nuova per autopromuoversi è completamente accantonata in favore della base musicale (senza le parole) della famosissima YMCA del 1978 cantata dai Village People e ormai must per tutte le discoteche con il revival in scaletta.

La scelta di una base di una canzone americana, titolata in inglese (I’M PD, il 90% degli italiani non sa cosa significhi)  va a contrastare l’italianità sfruttata e solenne sempre presente nello schieramento opposto.
Le ragioni di questa infelice scelta sono però da cercarsi nella ribalta USA a cui si è affacciato il neo presidente Obama già nel 2008 come candidato apprezzato da tutto il mondo libero. Con l’arrivo di Obama essere filoamericani non era più una colpa come ai tempi di Bush, ma Veltroni fraintende l’essere filoamericani con l’america-mania. Difatti il grido di battaglia di Obama “Yes we can” gli viene sottratto per diventare un più debole e italiano “Si può fare”.
Una campagna elettorale a sinistra sponsorizzata quindi con slogan e canzoni riciclate cerca di contrastare un modo di fare proprio della nuova destra che ha almeno il buon gusto (e si esaurisce tutto qui il buon gusto della destra italiana di oggi) di pubblicizzarsi con slogan e canzoni originali (per quanto poi anche in “Meno male che Silvio c’è” vedremo diversi rimandi più o meno palesi).
E’ come se in un duello lo spadaccino scelga la pistola come arma di sfida proprio contro il pistolero.
L’entusiasmo che traspare dal video di “I’M PD” riflette allo stesso tempo la sventatezza e la faciloneria con cui degli anonimi ragazzzi si sono buttati in pasto ad un magnate della comunicazione che controlla una multinazionale del settore comunicativo con un fatturato tra i più consistenti a livello di mercato mondiale.
E’ come un piccolo e malnutrito pidocchio che sfida a braccio di ferro un uomo con un braccio veramente di ferro.
Analizzare criticamente testo e video di “I’M PD” significa sparare sulla croce rossa dopo che la croce rossa si è già sparata da sola, ma è utile per apprezzare la leggerezza farfallina con cui il PD già mezzo morto a 6 mesi dalla sua nascita si sia dato la zappa sui piedi.

Walter
Io mi fido di te, dico Walter
un paese moderno con Walter
è arrivato il momento di dire no ai giochetti
vota
per la stabilità, dico vota
noi corriamo da soli, tu vota
per cambiare davvero diciamo
si può fare
cantiamo tutti insieme

Rit.
I’M PD (anche se cantano I AM PD)
cantiamo tutti insieme
I’M PD
Senza Silvio ma neanche Dini perchè
una nuova stagione c’è
I’M PD cantiamo tutti insieme
I’M PD
Se Mastella non c’è, tanto meglio perchè
noi vogliamo cambiar con te

Walter
puoi premiare il talento con Walter
aumentare i salari dai Walter
io ci credo perchè non avremo più ricatti
ora
scendi in campo perchè è giunta l’ora
per l’Italia che ancor si innamora
non temere vedrai, questa volta
si può fare
cantiamo tutti insieme

Rit.

Fallo
per l’talia che cresce e che spera
un paese più giusto e più vero
da Milano a Palermo dobbiam cambiar davvero
Sogno
che diventa realtà
grande sogno
la speranza di cui c’è bisogno
se ci aiuti anche tu siam convinti
si può fare

Rit.

Vota!

La metrica utilizzata nella canzone del Partito Democratico non si distacca di una virgola dalla metrica della canzone originale, dimostrando o mancanza di inventiva o semplice omaggio ai remake che hanno reso famoso Leone di Lernia.
Il video comincia con uno zoom-out di uno schermo multiplo (schermo diviso con una griglia in 25 rettangoli) al cui centro vediamo la serranda del circolo PD milanese che ha dato i natali a questa meraviglia audiovisiva. Gli altri 24 schermi mostrano le immagini che ammireremo nel corso del filmato.
Il metodo Berlusconiano dei sottotitoli alla karaoke viene qui riproposto con le parole che compaiono sullo schermo al momento giusto, ma con dimensioni e posizione apparentemente casuali. Questo utilizzo del sottotitolo è più moderno, più accattivante ma meno efficace dal punto di vista della partecipazione, rispetto a quello di “Forza Italia” e “Meno male che Silvio c’è”.
Supponendo infatti di proiettare questo video in piazza durante un convegno del partito, chi non conosce le parole non potrà cantarlo, sfigurando contro l’orda di voci che cantano all’unisono “viva l’Italia che ha scelto di credere in questo sogno“.

Le persone che cantano nel filmato sono rivolte verso la telecamera (guardano in macchina) e si rivolgono direttamente al segretario (ora ex) del Partito, chiamandolo per nome, cercando di rendere più vicina al popolo la figura del leader politico.
Non c’è però qui, come nel video di Forza Italia uno stretto parallelismo audio/video parola per parola, o almeno io non colgo l’associazione tra “un paese moderno” (nel testo) e un barista sbarbato con la maglietta dei Simpson che prepara l’aperitivo al bancone.
C’è invece un parallelismo didascalico che ad esempio alla strofa “per la stabilità” offre il contrappunto visivo di un trentacinquenne in abito, con una propria scrivania, probabilmente detentore di un contratto a tempo indeterminato che gli lascia anche il tempo di cantare canzoni elettorali.
Sulle parole “noi corriamo da soli” vediamo una ragazza che corre da sola. Geniale.
Puoi premiare il talento” fa da sfondo sonoro a un ragazzo davanti a un piano, proponendoci la usurata associazione di idee: musica = talento.
Non c’è orginalità neanche nell’affiancamento tra “aumentare salari” e la ragazza del call center, mentre il peggio della banalità lo tocca con “scendi in campo” mostrando una squadra di calcetto che si allena in… un campo. Incredibile.
Sembra a questo punto che l’inventiva comunicativa che già ai tempi dell’inno di “Forza Italia” appariva un’involuzione sia la massima espressione del filmato elettorale di sinistra nel 2009

Ma il talento registico sbiadisce di fronte ad alcune strofe che lascerebbero perplesso anche il meno talentuoso paroliere d’ Europa.
E’ arrivato il momento di dire no ai giochetti” può essere sembrata una frase intelligente e furba da dire ai redattori di questo testo, ma in realtà riassume in se la pochezza della costruzione di tutto il video. La liceità dell’espressione “giochetti” è implicita nella storia degli ultimi 10 anni di politica in cui i sotterfugi e i favori tra membri di partiti anche opposti sono stati quasi all’ordine del giorno. E dire basta a questi comportamenti tra l’illegale e l’immorale significa che il partito che si reclamizza è immune da questa giostra di corruzione e inciuci. Un partito del sistema che si oppone al sistema. Ma le persone che ne fanno parte sono le stesse che hanno partecipato alla vita politica degli ultimi 20 anni (almeno). Quindi basta cambiare nome al partito per lavare via tutte le sporcizie accumulate in anni e anni di malfunzionamento politico.
E’ possibile quindi che anche la sinistra abbia una così bassa opinione dell’intelligenza del suo elettorato?
Da questo punto di vista “è arrivato il momento di dire no ai giochetti” indica pochezza: sottovaluta apertamente la capacità di analisi dell’elettorato che si vuole attirare e per di più lo si insulta con una costruzione della frase che ha più il suono di un rimprovero di un genitore al bambino che minaccia di piangere se non lo si porta al parco giochi.
Si dirà che la novità di questo nuovo partito è anche la voglia di cambiamento come sottolineato nella stanza “Se Mastella non c’è, tanto meglio perchè noi vogliamo cambiar con te”. Si cerca qui infatti di giustificare la prova fallimentare del governo tra il 2006 e il 2008 addossando la colpa al capro espiatorio Clemente Mastella, diventato il simbolo della malapolitica di sinistra. Con questa faciloneria si cerca di convincerci che non si ripeterà lo sbaglio di candidare di nuovo un elemento politico inaffidabile e meschino come Mastella, e tanto basta per legittimare la voglia di cambiamento.
Ma il tenore del jingle affiora sempre nel ritornello, in cui i nomi di altri politici vengono usati per salvare la metrica della frase e alludono a una indipendenza del partito, non solo dall’onnipresente avversario “Silvio“, ma anche dall’inintelligibile “Dini“.
In una sola riga (che per giunta viene cantata più volte, in quanto parte del ritornello) si compiono due errore fondamentali.
Il primo è nominare Silvio [Berlusconi] che Veltroni si era imposto di ignorare per tutta la campagna elettorale chiamandolo “l’esponente del principale partito a noi avverso”. Per quanto discutibile, la scelta di Veltroni sarebbe potuta apparire legittima, quantomeno in seno alla coerenza. Che modo di fare è non nominare Berlusconi nella campagna elettorale e poi citarlo nel ritornello dello spot? E poi ancora cercare soluzioni insieme a lui appena tende una mano per la riforma della legge elettorale quando gli fa più comodo?
Incoerenza espressiva e politica.
Il secondo errore invece è riferirsi a Dini come se fosse il Partito Democratico che ha snobbato questo politico (immischiato in diverse vicende poco trasparenti) che con un occhio guarda a sinistra e con l’altro ammicca a destra.
Dini viene infatti inserito nel comitato nazionale del partito democratico (nel 2007), ma è lui a dare il benservito al PD pochi mesi dopo per costituire un partito tutto suo.
Il tenore da filastrocca che permea tutta la canzoncina quindi non è solo brutto esteticamente ma anche superficiale a tutti i livelli.
Infine notiamo anche come il titolo e i sottotitoli della canzone recitino I’M PD (pronuncia “àim pd”) mentre viene cantato I AM PD (“ai èm pd”). E questi sono quelli filoamericani…

Il video cerca di dare una pluralità di punti di vista, mostrando come l’elettorato del PD sia eterogeneo e che non debbano essere le vecchie appartenenze di classe a determinare il voto.
Veniamo quindi interpellati da mamme con bambini al parco, da giovani in macchina, barbuti edicolanti, avvenenti dottoresse, e scattanti pazienti, innocenti assicuratori, allegri pensionati alla bocciofila, sportive in forma, ragazzini in motorini e tecno-trentenni sulle panchine. Pianisti occhialuti, telefoniste felici, benzinai donne e tanto altro.
Sembra incredibilie, ma l’anonima sciatteria semiotica, rappresentata da inquadrature fisse e piuttosto lunghe rispetto alla frenesia visiva degli ultimi 10 anni, trova un suo corrispettivo nella ristrettezza degli orizzonti comunicativi in senso più lato. Infatti quello su cui si dovrebbe basare la sinistra in Italia, tanto per non essere un clone mal riuscito della destra, sia cercare di rappresentare anche le classi più deboli e meno tutelate. Nel filmatino ci appaiono tante persone, ma tutte appartententi a un gruppo ben preciso e sempre meno numeroso: bianchi, eterosessuali, con preparazione scolastica media o alta, presumibilmente di credo cattolico.
Nel cortometraggio compare forse una faccia nera? Eppure non si sente parlare d’altro che di immigrati e di come la destra sia troppo dura con loro. Quando si parla di amore, (“l’Italia che ancor si innamora“), vediamo solo una coppia di ragazzi adolescienti in un parco. Questa è puro dilettantismo comunicativo. Perchè l’appello alla stabilità non lo fa una badante? Oppure perchè sulla strofa “non avremo più ricatti” non c’è una donna incinta che canta?
Cosa fa questa sinistra da strapazzo? Cerca di soffiare l’elettorato alla destra dimenticandosi di una maggioranza silenziosa e abbandonata?
Bene. Questo misero video rappresenta perfettamente l’altrettanto misera condizione in cui si trova la sinistra di questi anni. Quello che doveva essere un partito nuovo nato alla fine del 2007 gode di una arretratezza mentale tipica degli anni 50 mostrataci magnificamente da un video musicale che del ’78 non ha solo la base ma anche le scelte comunicative.

A Silvio

C’è un grande sogno
che vive in noi
siamo la gente della libertà

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Siamo la gente che ama e che crede
che vuol trasformare il sogno in realtà

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Siamo la gente che mai non si arrende (quindi che si arrende – doppia negazione)
che tende la mano, che forza si dà

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Viva l’Italia
l’Italia che ha scelto di credere ancora
in questo sogno

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è
Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Dillo così
con quella forza, che ha solamente
chi è puro di mente

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è
Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Viva l’Italia
l’Italia che ha scelto di credere ancora
in questo sogno

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Viva l’Italia
l’Italia che ha scelto di credere ancora
in questo sogno

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Viva l’Italia
l’Italia che ha scelto di credere ancora
in questo sogno

Presidente siamo con te
menomale che Silvio c’è

Presidente questo è per te
menomale che Silvio c’è

Nato da una esigenza personale dell’autore Andrea Vantini di scrivere un inno al presidente Berlusconi come uomo, non come politico. Scritto nel 2002 ha però un’aria retro in quanto ricorda tre canzoni di altrettanti cantanti di successo. “Silvia” del primo 45 giri di Vasco Rossi del 1977 , “Certe notti” di Luciano Ligabue, contenuta nel disco  “Buon Compleanno Elvis” che nel 1995 portò al successo il cantante Emiliano, e “Chiama piano” scritta nel 1990 da Pierangelo Bertoli.
L’inno “A Silvio” (più conosciuto come “Meno male che Silvio c’è“) è percio stranamente ispirato a tre successi musicali emiliani, cioè composti nella regione notoriamente più a sinistra di tutta la penisola italiana.
Il critico musicale Gianprimo Boi, ha maliziosamente notato come, usare le sonorità di una certa zona d’italia possa portare inconsciamente le popolazioni autoctone che orecchiano questa musica a metabolizzarla più velocemente. La tecnica è subdola: l’inno del partito della destra italiana viene costruito su sonorità tipiche della popolazione più a sinistra in Italia, cosicchè quando i dissidenti sentiranno la canzone, per loro sarà culturalmente più orecchiabile rispetto a un altra musica. Una canzone non può spostare masse di voti (altrimenti “quando penso a Berlusconi” di Benigni avrebbe dovuto affossare per sempre la neonata “Forza Italia”), ma può infiltrarsi nelle menti più disponibili e risuonare incessantemente funzionando come blando, se non lavaggio, almeno risciaquo del cervello.
Le ragioni di questa scelta sono quindi studiate a tavolino? O è solo un colpo di fortuna visibile ad una attenta analisi?
Per rispondere a questa domanda è utile anche analizzare il video di “A Silvio” per capire quanto sia stato lasciato al caso e quanto invece sia stato meticolosamente preparato nei minimi dettagli.

Il filmato comincia con delle inquadrature dei convegni del PDL/Forza Italia in piazza. Le inquadrature sono però in campo lunghissimo che lascia una certa ambiguità; non è chiaro infatti se siano raduni politici o festival musicali. Ci si arriva solo per deduzione. L’idea è comunque quella di far intuire la grossa partecipazione. Le immagini unite da dissolvenze incrociate col sottofondo musicale soft tentano di trasmettere la sensazione di un’atmosfera quieta e di coinvolgimento e adesione per una passione comune.
Appena comincia il testo cantato entriamo in una gelateria, in dissolvenza. Dal primo piano del gelataio la camera si sposta e in zoom out inquadra in campo medio i due commessi e le due clienti.
Guardano in macchina e si rivolgono direttamente al “Presidente“.
La funzione di rivolgersi direttamente (con il tu) a Berlusconi è qui diversa da quella che porta i cantanti di “I’M PD” a chiamare Walter per nome.
Berlusconi qua è chiamato con deferenza “Presidente“, per ribadire la sua importanza all’interno del partito e non solo. Non si cerca ora di avvicinare Silvio Berlusconi alla gente, sarebbe ridondante. In questi anni in più occasioni ha avuto modo di ribadire le sue umili origini, di raccontare strazianti aneddoti sulla povertà che ha conosciuto, e sulla varietà di lavori che ha approcciato.
Il tono confidenziale in questa canzone è funzionale al sostegno che il presidente merita in quanto vittima di congiure che mirano a scalzarlo dalla sua posizione dominante.
Il ritornello declama infatti “presidente siamo con te“. C’è qui un’importante traslazione che silenziosamente è avvenuta dal 1993, anno del primo video di Forza Italia.
Mentre 16 anni fa il soggetto era il Noi di “Forza Italia” “che siamo tantissimi“, ora Noi non siamo più con una ideologia politica precisa. Ora la forza gravitazionale che tutto attira e tutto giustifica è il “presidente Silvio”.
L’architettura del testo è semplicistica ma efficace. Presenta due momenti ben divisi. Nel primo i cantanti (certamente non dilettanti) elencano le loro buone qualità e poi affermano la propria fede in Silvio:
siamo la gente della libertà“, “Siamo la gente che ama e che crede“, Siamo la gente […]
che tende la mano, che forza si dà“.
Si rispolverano tutti i buoni sentimenti già presenti nell’inno di Forza Italia, amore, fede, libertà, solidarietà e si associano ai sostenitori di Berlusconi.
Pathos allo stato puro.
La seconda parte della struttura testuale tira in ballo l’Italia intera “che ha scelto di credere ancora in questo sogno“. Si sottintende qui naturalmente una maggioranza che Berlusconi considera con lui. Un’Italia che sceglie di credere in un sogno. Sceglie di credere. Quindi fede. Il “presidente” tende a venire assimilato ad una figura trascendentale. In lui si crede. Non si cerca di dare argomentazioni a sostegno di una politica, come nell’arraffazzonata I’M PD. Non c’è neppure una seppur blanda dichiarazione di intenti, come nell’inno precedente: “nella tua storia un’altra storia c’è/ la scriveremo noi con te” o “E forza Italia per essere liberi/ e forza Italia per fare per crescere“.
Qui tutte le buone caratteristiche di chi appartiene al PDL sono ormai assimilate nell’immaginario nazionale. Si ribadisce soltanto l’importanza centrale di Berlusconi, o meglio si ringrazia per la sua esistenza.
Il ritornello “Meno male che Silvio c’è“, ha una forza di impatto tanto forte quanto ridicola. Il messaggio è “grazie di esistere”. Più simile a una scritta con l’uniposca su un sedile dell’autobus che a un testo canoro, la frase portante della canzone ci dice che senza Silvio saremmo perduti. Meno male che sei venuto, altrimenti chissà cosa faremmo.
Svenevole e languido. Sdolcinato al limite dell’indisponente, tocca un confine difficilmente raggiungibile: la cosa più simile a questa ridicola cantilena è infatti un ibrido tra una canzone di natale e una lagna d’amore.
Il coro natalizio è una trovata pubblicitaria già scoperta in campo commerciale da una delle aziende che nel campo della comunicazione ha sicuramente segnato il percorso del progresso, la Coca-Cola. Non è difficile infatti notare le analogie visive tra la parte finale di “A Silvio” e uno degli spot più celebri degli anni ’80, in cui un gruppo di Hyppie canta dondolando, proprio come il gruppo dei “giovani della libertà” che canta la sua vicinanza al presidente.

E’ difficile dire se sia stata resa pubblica prima “I’M PD” o “A Silvio”. Entrambi i video basano la strategia portante di comunicazione con l’elettore su i “mestieri”. E’ superfluo dire che uno sia stato ispirato dall’altro. E’ infatti improbabile che la serialità che permea i due spot elettorali sia casuale, o che da premesse diverse i due siano arrivati a risultati simili.
Comunque anche in “Meno male che Silvio c’è” gli interlocutori sono rappresentanti delle professioni umili e non. Dal gelataio all’insegnante (presumibilmente del CEPU), dal fornaio al muratore. Dai ragazzi di un call center ai tassisti. Quest’ultima categoria in particolare è un preciso messaggio a fatti di attualità che hanno animato la cronaca dei primi mesi del 2008. Si cerca quindi di infondere dei messaggi ben precisi tramite le immagini.
Il telefonista che si alza dalla sua “position” e su un battimani da Gospel farfuglia sulla “purezza di mente”, è accompagnato da una seconda voce più simile ai gospel delle chiese americane che al canto tradizionale italiano.
Quindi non solo il testo della canzone è improntato ad un parallelismo tra sacro e profano della figura di Berlusconi, ma anche la musica è aperta a contaminazioni passeggere di genere che rafforzano il messaggio religioso.
Vediamo come infine lo sciame che celebra la necessità di Silvio sia composto per la maggiorparte da ragazzi under 30 che sono stati cresciuti dalle sue televisioni. Facce pulite di giovani bianchi e ragazze bionde si abbracciano fino a che non si lasciano per applaudire e saltellare inneggiando il coro da stadio “Silvio! Silvio!” tipico di quel fenomeno già introdotto in quest’articolo della politica vissuta come una fede calcistica.

I tre spot elettorali qui discussi evidenziano la deformità della comunicazione tra la politica e la gente. Da una sterile e infondata proposta alla crescita e alla libertà, alla promessa di smascherare i giochetti, all’esaltazione ieratica della figura del padrone indispensabile, si è presa una tangente tesa a un rovesciamento del significato del fare politica. Non si chiede più partecipazione per il bene comune, ma schieramento puro e semplice in ragione di leader che possono fare qualcosa in potenza, ma che a conti fatti aumentano sempre più la distanza tra i comandanti e i comandati.
Il linguaggio dei media che privilegia l’aleatoria visibilità alla concretezza dell’azione si propone come guinzaglio coercitivo della massa addomesticata a suon di canzonette, che si illumina di imperativa importanza solo durante le elezioni.

Giansignore Merendini

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~ di giansignoremerendini su agosto 30, 2009.

2 Risposte to “Songs of shame”

  1. Mi stupisco di non trovare nel bell’articolo di Merendini la citazione di altri due riferimenti musicali pregnanti dell’inno “a silvio”: “War is over” di John Lennon, e “Ricominciamo” di Adriano Pappalardo. In particolare, consiglio di incrociare l’inno berlusconiano con l’inno d’amore di pappalardo in questo modo: “Presidente siamo con teee, meno male che silvio c’eee…// io, vorrei, saprei, amaaarti, so dove passi le notti” ecc.

  2. […] “Silvio”, e gli oppositori che lo citano invece per cognome. L’articolo Songs of shame con un’analisi delle persone che lodano “Silvio”, mette in evidenza come tutte […]

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