LOST – Riflessioni su pubblico e doppiaggio

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Martedì primo settembre si è chiusa la quinta stagione di Lost in onda su Rai Due con gli ultimi due episodi (“Il nuovo leader” e “L’incidente“). Possiamo quindi dire che chiunque seguisse la serie è pronto alla necessaria conclusione. Ma chi professa Lost schiavo della programmazione televisiva non può apprezzarne la complicata trama e la sfuggevole concatenazione di eventi diacronici.
Trasmesso in Prime Time sul secondo canale ha totalizzato uno share del 7,61% corrispondente a 1.589.000 spettatori. Buona parte dei quali probabilmente aveva già visto le puntate trasmesse tra il 6 e il 20 luglio su Fox (Sky tv).
Togliamo quindi una aprossimativa e del tutto arbitraria tara del 30% tra spettatori di seconda visione e visitatori casuali e accontentiamoci di un milione di persone che ha tirato le somme dell’ultima stagione.
Lost è un puzzle che in sempre meno hanno scelto di continuare a comporre coll’avanzare delle stagioni. Fenomeno registrato sensibilmente in USA, ma ancora di più in Italia a causa di decisioni di distribuzione su un palinsesto affollato di cagate mangia-neuroni che abbassano la soglia di attenzione dello spettatore tipo.
Per un vidiota televisivo abituato a stacchi pubblicitari frequenti e a un frazionamento esasperato che tende a “pillolizzare” qualunque cosa (dagli interventi piagnucolenti delle mamme dei partecipanti dei reality, alle sfuriate snack di opinionisti che devono concentrare il loro pensiero in funzione delle pause per lo spot) Lost rappresenta uno sforzo mentale insostenibile. Non importa se il premio sia la soddisfazione di risolvere un enigma prima degli altri, o il semplice piacere intellettuale della comprensione di un disegno contorto.
Lo spettatore tipo della tv generalista italiana tende ad abbandonare la migliore serie tv degli ultimi dieci anni (almeno) per sua pigrizia e, come già detto, per esigenze di palinsesto.
Se infatti negli USA le puntate di Lost trovano la collocazione ideale nei mesi più freddi dove è più facile rimanere in casa a guardare la tv (in USA la 5° stagione è andata in onda tra il 21 gennaio e il 13 maggio 2009), Sky Italia lo porta nelle case già a inizio primavera (tra il 6 aprile e il 20 luglio). Rischioso ma non cattivo.
Ha il sapore complottistico invece il passagio su Rai Due, in piena estate, periodo notoriamente dedicato a tutto meno che alla tv. Chi può seguire le puntate in onda in agosto? Solo un invasato. Ma si presume che un invasato per Lost (e ce ne sono tanti) abbia, se non la lungimiranza, almeno l’amor proprio di non restare schiavo di una tanto inadeguata disposizione del calendario.
Succede così che l’invenzione sceneggiatoria più brillante dei 2000, rappresentata qui dalle puntate conclusive della penultima (in assoluto) stagione, svolga una funzione di tappabuchi e perda la consueta gara degli ascolti contro Miss F.B.I. Infiltrata speciale (con uno share del 18,30%), film vecchio di 4 anni, o peggio ancora, venga quasi doppiata da un imbarazzante Celebrity Bisturi commentato da Elisabetta Gregoraci (10,64%).
Tutta la funzione di educazione del pubblico che può essere operata dalle High Quality Series, di cui Lost è il maggior esponente, viene ignorata da una gestione delle trasmissioni quantomeno miope.
Lost ha però generato un fenomeno di intelligenza collettiva che surclassa le classiche modalità di visione. E in generale le scavalca. Le ignora. E se ne beffa. Il maggior numero di fedeli di Lost è infatti invisibile alla obsoleta statistica Auditel. Il fenomeno di fandom basa la sua attività sulla rete che permette di vedere le puntate appena uscite sulla ABC in USA (essendo perciò aggiornati rispetto alla programmazione orginale), rivederle quando gli è più comodo, senza fastidiosi stacchi pubblicitari (inspiegabilmente frequenti anche sul canale Fox di Sky, tv a pagamento) e discuterne in numerosi forum, di cui Lostpedia rappresenta solo la punta dell’iceberg.
(Per una trattazione più approfondita del fenomeno del fandom e del download in internet vedi Capitolo 1 nella pagina Tesi).
Un discorso a parte sarebbe da fare su Lostpedia che ha subìto un’interessante evoluzione avendo deciso di trasferirsi sulla piattaforma Wiki che permette l’integrazione delle informazioni a tutti i livelli (non relegando quindi il contributo del fan al solo forum).
Infine una delle particolarità di Lost è proprio quella di avere una trama talmente fitta e ingarbugliata che, sfruttando il potenziale della rete, i fan hanno programmato un Rewatch. Ovvero ci si è organizzati per rivedere tutte le 103 ore della serie, prima dell’inizio dell’ultima stagione che partirà ufficialmente il 21 gennaio sulla ABC.

Questo per sincronizzare la visione dei vecchi episodi tra tutti gli appassionati, che seguendo una scaletta non troppo impegnativa, potranno partecipare alle discussioni sugli innumerevoli forum alla luce delle conoscenze acquisite negli ultimi 5 anni di trasmissioni. E’ un tipico fenomeno che sfrutta la convergenza mediale tra televisione e internet.

Un punto però fondamentale per i puristi di Lost è il doppiaggio che nella versione italiana appiattisce le psicologie dei personaggi, arrivando anche a svilirne alcuni.
Scaricare quindi (illegalmente o meno, punto largamente dibattuto, per il quale rimando nuovamente alla pagina Tesi, paragrafi 1 e 1.2) le puntate in lingua originale aiuta ad apprezzare diverse sfumature e mette al riparo da banali errori di traduzione (anche se non frequenti nel doppiaggio italiano) che in una sceneggiatura studiata come quella in oggetto rischiano di rendere incompresibili interi risvolti narrativi.

Da qui in poi è sconsigliata la lettura a chiunque non abbia ancora visto la 5° stagione in quanto si rivelano parti della trama

Proprio nel finale della stagione, il colloquio tra Benjamin Linus e Jacob viene travisato e distorto nel doppiaggio italiano modificando completamente il senso del dialogo che genera il cliffhanger dell’ultima puntata. Scelta incomprensibile, quasi violenta, sicuramente gran prova di inettitudine, o nella meno severa delle ipotesi, una leggerezza da dilettanti di quarta categoria.
La sequenza finale, recita in lingua originale: Ben “What about me?” – Jacob “What about you?
mentre la fantasiosa versione italiana propone: Ben “Che cosa provi per me?” – Jacob “Che cosa provo per te (recitato con un intonazione più simile ad una affermazione che ad una domanda – ambiguità molto probabilmente non studiata ma dettata dall’esigenza di compensare un’errata traduzione che tradisce il messaggio originale)

Michael Emerson (Ben), doppiato da Fabrizio Temperini diventa un personaggio completamente diverso. Questo ignominioso doppiaggio è emblematico di quanto detto sopra.
Per quanto Temperini sia un bravo doppiatore, dal curriculum sorprendente, soffre di una impostazione incompatibile col personaggio di Lost. Forse troppo abituato a interpretare il “bello sicuro di se” (è uno dei doppiatori più frequenti di George Clooney – anche in tutte le innumeveroli stagioni di E.R.) mal riesce a calarsi nel cervellotico protagonista. Più adatto a offrire la voce a Patrick Swayze o Steven Seagal, offre qui purtroppo una performance da soap opera senza appello (viziato forse dalle numerose esperienze in Quando si ama).

Relativamente alle voci che animano i personaggi, mostro qui una galleria di paragoni tra l’orginale e l’omologo italiano cosicchè anche il più digiuno di Lost possa farsi un’idea della gran differenza di interpretazione offerta nei due scenari, del disturbo che genera una mancata aderenza del doppiato sull’autentico e su quanto l’atmosfera della scena ne risenta.

Vittorio Guerrieri è forse il più “aderente” tra tutti i doppiatori della serie. Sembrano esserci pochissime differenza tra l’interpretazione di Matthew Fox (Jack) e quella dell’ottimo Guerrieri (storica voce di Ben Stiller e Mark Lenders) anche se spesso recita con una voce troppo squillante forse per venire incontro alle continue distrazioni cui è soggetto il pubblico italiano a causa delle frequenti pause pubblicitarie.
Antonio Palumbo lo troviamo nei panni vocali di Sayid Jarrah. Dalla ricerca di adattare l’accento iracheno dell’originale, ne risulta un doppiaggio stereotipato che comunque non è tra i peggiori della serie.

James “Sawyer” Ford, ha la voce italiana di Fabio Boccanera, altro espertissimo doppiatore che offre però una performance a volte monocorde. Forse per omogeneità con i suoi soliti doppiati è stato assegnato a quello che più volte è stato eletto come il “più bello dell’isola”. Le corde vocali di Boccanera infatti danno la voce a Ben Affleck, Johnny Depp, Colin Farrel. Più raramente anche Brad Pitt, Keanu Reeves e Harrison Ford. Quando, si dice una bella voce…
Evangeline Lilly (Kate Austen) rende il peggio di se con una voce che abbiamo imparato a odiare grazie alla pubblicità del Tantum Verde con la prima “famiglia Boccasana”. Bellissima fuori e tanto esperta in tutto da essere incompatibile con la sua età anagrafica, è però tra i personaggi meno riusciti di Lost e la sua doppiatrice italiana non fa che accrescere l’antipatia.

Rodolfo Bianchi è uno dei pochi che calza (relativamente) bene il personaggio. Non nuovo nel doppiaggio di Terry O’Quinn (lo interpreta anche in Alias), ha una voce che si è molto spesso adattata ai più “duri” del piccolo e grande schermo: da Chuck Norris in Walker, Texas Ranger a Ed Harris in The Rock. John Locke al contrario oscilla tra l’insicurezza e il coraggio della fede, e per questo nel doppiaggio italiano si perdono alcune sfumature che solo l’originale riesce a trasmettere.
Richard Alpert parla attraverso Francesco Prando, figlio d’arte, che tra i suoi doppiati annovera niente popò di meno che Dylan McKay di Beverly Hills 90210. Tant’è che ogni volta che Richard apre bocca (nella versione italiana) non fa che ricordarci tutte le pene che Dylan ha dovuto soffrire. Anche a causa di Kelly.

Il doppiaggio di Juliet Burke è affidato ad Alessandra Korompay che nel complesso svolge un buon lavoro. Meno dolce della voce autentica, quella della Korompay non disturba soprattutto se pensiamo a quanto poteva essere fastidiosa quando doppiava Tori Spelling in Beverly Hills. Chi ha più di 25 anni può facilmente capire come ci sia qui un salto di qualità tra il doppiaggio dell’attrice in Lost, e la storica voce che “italianizzava” Donna Martin. Stessa doppiatrice ma voci agli antipodi.
Corrado Conforti non dispiace eccessivamente nella recitazione di Hugo Reyes, anche se a causa di una faciloneria nella traduzione è solito ripetere un inascoltabile “coso” come traslazione dell’americano “dude”, che ha invece il significato più comune e banale di “amico”. La voce è comunque più simile a quella di un prepubere piuttosto che all’originale, ricordando più l’interpretazione di “Aang” in Avatar che l’autentica voce di Jorge Garcia.

Sun Kwon è malamente interpretata da Monica Migliori, che tra i doppiatori dei principali personaggi della serie è forse la meno esperta. Il suo curriculum non vanta importanti paternità, o in questo caso maternità, ma questo non giustifica come Sun, in italiano, più che inesperta nella lingua, sembri dotata di facoltà mentali inerti.

Altre voci soffrono di un problema “ontologico”, come quella di Lorenza Biella, che per forza di cose non può rendere lo stupendo accento puramente londinese di Fionnula Flanagan (Eloise Hawking). Questo tipo di perdita è dannosa quanto quella che avviene viceversa nei film anglofoni che devono rendere un doppiaggio italiano con inflessioni dialettali (basti pensare alla perdita dell’accento sicialiano o napoletano quando lo si traduce). Ma per questioni di dimensioni, il problema dell’italiano esportato all’estero non pesa sicuramente quanto quello dell’inglese che è in posizione dominante nel mercato occidentale.
Stesso tipo di problema anche per Desmond Hume (Henry Ian Cusick) doppiato dall’espertissimo Massimo Rossi. Riesce bene però a superare ostacoli come il britannico “brada (ndr)” tradotto in “fratello” che però nel suo doppiaggio non appare forzato, e grazie a una felice scelta (proprio di Rossi) non è stato tradotto come nel vergognoso “fra’ ” di 8 Mile che sostituisce il ghettistico “bro’ “.
Rossi merita infatti un discorso a parte, perchè nel bene e nel male, è il direttore del doppiaggio delle ultime 4 stagioni di Lost, e responsabile dell’adattamento italiano delle ultime due.
Doppiatore immerso nel mondo del doppiaggio (marito, fratello e cugino – del doppiatore di Sawyer p.es. –  di doppiatotori o affini) è anche una delle voci più conosciute nel panorama italiano.
Storica voce di Sean Penn, Kiefer Sutherland (Jack Bauer di 24), Charlie Sheen e Van Damme, vanta centinai di doppiaggi illustri, tra cui ne vanno sottolineati alcuni: da Al Pacino nei primi due capitoli della saga Il Padrino (nella versione per DVD) ad Andrè in Lady Oscar, da Rusty Jacobs in C’era una volta in America (Max giovane) a Terence in Candy Candy, fino a Potsie in Happy Days.

Questo qui riportato è un esempio di come con la traduzione italiana si perda la forza del dialogo originale, che più che introdurci in un atmosfera di mistero, istituisce un clima da documentario.
Un ethos non corrispondente all’eidos emblematico della dissonanza tra il già commentato Temperini e l’equivocato Emerson concorre ad evidenziare in misura maggiore quanto detto.

Ometto qui altri esempi, come l’inadatto Roberto Certomà nella parte del quieto Mr. Eko, o Gianluca Musiu, di formazione teatrale, che tra le poche esperienze di doppiaggio può vantare un inappropriato Jin Kwon, e concludo col paragone tra le voci che aprono il riassunto degli episodi trascorsi.
La potenza del “Previously on Lost” è infatti schiacciante anche solo al primo ascolto nei confronti dell’incolore “Nelle puntate precedenti” che potrebbe reggere il confronto solo se fosse recitato da Albertazzi.
“Il grande Albertazzi. L’irreprensibile Albertazzi”.

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~ di giansignoremerendini su settembre 4, 2009.

6 Risposte to “LOST – Riflessioni su pubblico e doppiaggio”

  1. […] correlati su questo blog Riflessioni su pubblico e doppiaggio Sondaggio: Lost – chi è il doppiatore […]

  2. io non sono d’accordo con te, coso 😀 …. seriamente, secondo me(che ho guardato tutto lost in italiano e sentito qualcosa qui e la in linguaqa originale) i personaggi non si “appiattiscono” come dici te che sembri quasi scontento di ogni doppiaggio(vedi i vari “non dispiace”…ammazza oh! :D). … io ho trovato perfetto ogni doppiaggio (perfino quello di sun!) perchè anche se alla fine il tono e le varie caratterizzazionni varie cambiavano… il succo del personaggio se ne andava… non è infatti quello che fa il personaggio che ce lo fa conoscere? certo le prime puntate forse ci rendono un’altra idea che dipende dalla voce … ma dopo SEI ANNI DI LOST ormai conosco i miei polli e trovo magnifiche le loro voci adattate(magnifiche perchè comunque non sono fatte alla cazzo ma mantengono le caratteristiche principali dei personaggi:la simpatia di hurley, l’ansiosità di jack, la dolcezza di sun ecc…) saluti!

  3. ops alla sesta riga volevo dire: “il personaggio riman sempre quello”

  4. Mi trovo in disaccordo per quanto riguarda il doppiaggio. Spesso la gente, criticando il doppiaggio, dimentica una cosa fondamentale : Un doppiatore può incollarsi alla faccia di un personaggio, può incollarsi alla storia di un personaggio, ma non dimentichiamo che ogni personaggio è interpretato da un attore. Attore che ha un passato e un presente. Una vita che il doppiatore non può conoscere e quindi alla quale non può aderire, essendo prima di tutto un essere umano con una vita propria, ergo le parole, le intenzioni riprodotte saranno necessariamente differenti, e grazie a Dio altrimenti il mondo sarebbe pieno di attori replicanti! Oltretutto il doppiaggio non mira a tradurre l’opera tale e quale e riportarla in italiano, per quello esistono i sottotitoli, e la gente interessata a ciò ne fruisce. Il doppiaggio è trasportare un’opera da un contesto culturale ad un altro. Trasportarne suoni, concetti, climi, atmosfere, battute umoristiche TUTTO. Significa rendere l’opera comprensibile non per chi parla l’italiano, ma per chi vive in italia. Non è una mera traduzione ma un lavoro molto più profondo che spesso viene declassato a mera traduzione. Il “COSO” di Hurley è un’espressione ridondante, ripetuta e reiterata che caratterizza il personaggio. Per rendere in italiano questa caratterizzazione, non sarebbe bastato tradurlo con amico, semplicemente per il fatto che in generale nei doppiaggi dei prodotti americani è comune l’uso di questa parola(traduzione appunto di DUDE). In inglese ha una valenza molto ampia, quindi racchiude vari concetti. In italiano ogni parola ha un significato, e quello più utile a delineare il personaggio di Hugo, che ne racchiude quasi l’essenza, è il ridondante “COSO”, se fosse stato “AMICO” il personaggio avrebbe perso carisma.
    E’ palesemente ovvio che le voci originali siano migliori di quelle italiane. sono le loro. Ma devi considerare il doppiaggio qualcosa in più e di diverso. Un’opera a se. Il doppiatore non è un riproduttore, ne un traduttore, ne un replicante. E’ un attore che mette sé, il suo cuore, la sua vita e il suo lavoro al servizio di un attore che ha fatto lo stesso nella sua lingua e di un pubblico che vuole conoscere quella storia, ma trasposta nella sua cultura.

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  6. Bel articolo. Grazie!!

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