Dragonball Evolution: Introduzione, digressione e conclusione.

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Dragonball n° 26. Goku va sul pianeta Namecc. Siamo già in pieno Dragonball Z, ovvero la seconda parte della longeva (arrivata alla terza ristampa) e fortunatissima serie a fumetti di Akira Toriyama.
Iniziai a leggere Dragonball proprio dal numero 26 (l’ultimo uscito all’epoca), per poi nell’attesa del quindicinale, acquistare le uscite precedenti e mettermi al pari con la storia che prometteva di diventare sempre più affascinante.
Diventai così uno dei milioni di fan del manga di Dragonball. E’ inutile dire che il 62esimo volume segnò la fine di un’era, ma c’era pur sempre la tv che contribuiva a mantenere in vita questo gigante del fumetto con una serie animata che trova le sue migliori realizzazioni negli episodi non filler. Con 153 episodi per Dragonball, e 291 per Dragonball Z, il cartone animato si è confermato come uno dei più seguiti nella “storia del pranzo appena rientrati da scuola”, momento in cui bambini e ragazzi, secondo un’abitudine tipicamente italiana post anni ’80, si rifocillano davanti alla televisione. Con un occhio al piatto e uno alla tv, per anni, ragazzi (e anche ragazze) hanno seguito il cartone animato (dapprima su Junior tv e poi sdoganato da Italia 1), tra puntate ispirate al fumetto originale, ed episodi filler, meno riusciti, nati dalla patetica fantasia degli autori del prodotto televisivo. Il merito della diffusione di questo anime su scala nazionale e nella fascia oraria migliore per il suo target è tutto di Italia 1.
Considerata la seconda rete dell’impero Mediaset, subordinata all’ammiraglia Canale 5, è in realtà la più influente sulla creazione degli adulti di domani. Se infatti, Canale 5 si rivolge a chi oggi è già maturo (le cui idee sono già belle e formate) con tentativi di lobotomizzazione (vedi C’è posta per te o Uomini e donne) o quantomeno con pratiche tese a sfavorire la capacità di penetrazione della realtà (TG5 o Matrix), la formazione dell’opinione pubblica che riesce a realizzare è proporzionale al suo pubblico, che ha in altri canali (le tre reti Rai per esempio) una se non valida, almeno presente, alternativa al costante lavaggio del cervello mediatico.
Italia 1 invece decide quali cartoni animati, e quindi quali miti e quali valori, i bambini e i ragazzi, avranno se non per la vita, almeno durante l’infanzia e l’adolescenza. Questa rete commerciale però, che fino a pochissimi anni fa, godeva del monopolio pressoché assoluto nell’elargizione di eroi per bambini e ragazzi, ha diffuso Dragonball, un merito che le si deve riconoscere, sebbene non l’abbia fatto naturalmente per scopi filantropici.

Il cartone animato è infatti di fattura pregevole (espressione forse esagerata ma relativa al paragone con Dragonball Evolution) rispetto a gran parte degli altri prodotti trasmessi in questi anni, e rispetta il manga originale con notevole aderenza, sebbene la censura abbia operato dei tagli su tutto ciò che riguarda la sfera dell’erotico e della violenza.
Un punto a sfavore della serie tv è rappresentato invece dai nomi dei personaggi che “inspiegabilmente” vengono storpiati senza nessuna logica apparente. Qualcuno ha azzardato spiegazioni come la traslitterazione dal giapponese che vede i nomi della serie tv altrettanto validi di quelli manga, o chi ha arrischiato giustificazioni di carattere economico riguardanti i diritti commerciali non concessi. Un esempio: il “Grande Mago Piccolo” nel cartone animato si chiama “Junior”: per quanto mi riguarda la buona vecchia spiegazione che vede l’incompetenza umana responsabile di simili bestialità è sempre la più probabile.

Uno sguardo breve e necessario sul mondo animato di Dragonball ci aiuta ad introdurre l’argomento dello sfruttamento commerciale del “marchio” che ha contribuito alla nascita di Dragonball GT, serie tv che vede un’ulteriore evoluzione dei protagonisti, i cui tratti di riconoscimento sono una piattezza impressionante e una formidabile incoerenza.
Il nome che Dragonball si è costruito attraverso gli splendidi manga e l’interessante cartone animato ad essi ispirato, è stato infatti il baluardo sotto cui diverse produzioni mediocri si sono mosse nel mercato televisivo e cinematografico.
Oltre a numerosi OAV (Original Anime Video) che godono di animazioni superiori alla serie ma di contenuti decisamente più incolori, anche i tentavi su pellicola sono entrati nella costellazione dei prodotti scadenti che cercano la fortuna sfruttando il nome sotto cui si nascondono.
I 3 lungometraggi che ripercorrono i primi volumi del manga hanno in comune l’ignobile fattura e la leggerezza con cui rielaborano una storia che per milioni di persone è acquisita come, se non meglio della tabellina del 2.

Dragonball Evolution
è l’ultimo di una serie di flop commerciali ispirati all’universo Dragonball.
Possiamo cercare di capire l’intensa assenza di competenza che caratterizza il film già da quel piccolo capolavoro di copropoesia che è il trailer.

Il trailer è un microfilmato il cui obiettivo è rendere interessante il prodotto pubblicizzato in poco tempo. Per un film (durata media di 100 minuti) ha una lunghezza di circa 120 secondi, che devono essere sufficienti a far venire l’acquolina in bocca al pubblico.
Se il trailer è scadente ci sono più che ragionevoli dubbi che il film sia stato forgiato con inettitudine e incompetenza, ma nonostante il “messaggio promozionale” di Dragonball Evolution sia pedestre lo spettatore non può minimamente figurarsi l’incapacità emanata dalla pellicola.
Il criterio con cui è stato montato il trailer è: “adesso mettiamo tutti gli effetti speciali che ci sono nel film così la gente pensa che sia bello”. C’è ancora qualcuno che ragiona così, a parte Michael Bay?
Pare di si. Un occhio attento può però capire già da questo filmato quanto siano dozzinali i vfx. Se non lo capisse, gli verrà in aiuto la scena iniziale del film che miscela ai grossolani effetti speciali una regia banale e fastidiosa. Notare infatti come l’ordine di scuderia nella realizzazione del primo incontro tra Goku e il nonno sia stato: “Quando qualcosa è troppo difficile da realizzare tramite gli effetti speciali si dovrà fare un montaggio veloce di primi piani e dettagli per disorientare lo spettatore”. Ma gli spettatori di oggi sono cresciuti con Mtv e Tony Scott e disorientarli è qualcosa che trascende di gran lunga le capacita di questi dilettanti.

Il lungometraggio è diretto da James Wong, regista che tra alti e bassi ha comunque toccato punte di enorme successo, come la serie tv X-Files e il thriller horror Final Destination.
Wong sa come piacere al pubblico, ed è quindi curioso che abbia diretto questo film senza aprire nemmeno un manga della serie. E’ come se Sam Raimi avesse girato Spider-Man senza averne mai letto un fumetto, decidendo poi di cambiarne l’ambientazione, i fatti e i personaggi.

Uno degli errori più gravi di Wong è stato infatti quello di ignorare uno dei caratteri principali dei film moderni: la “creazione di mondi”.
Sebbene infatti questo sia un Live action movie, e quindi una trasposizione di contenuti già esistenti, ha ignorato uno dei punti forti del manga e ha soffocato il piacere che il pubblico ha nell’immergersi in un mondo nuovo e interessante.
Quello che negli ultimi anni ha decretato il successo di pellicole dando il via a lunghe saghe orgoglio e ricchezza di produttori e registi è proprio l’invenzione di realtà parallele dotate di coerenza interna, capaci di attrarre la fantasia.
Non è forse questa la caratteristica principale che ha portato al successo Star Wars? Un universo con le sue razze, le sue regole e i suoi ordini. Un mondo raccontato dalle pellicole, ma a disposizione di milioni di fan che all’interno di quel mondo hanno continuato a viaggiare anche dopo che il rullo era finito o lo schermo ormai nero.
Il successo di Matrix? A pensarci su, ma neanche tanto, non è proprio la brillante creazione di un mondo appassionante (verosimile o meno, non ne parleremo qui)?
I Pirati dei Caraibi deve forse il fatto di essere arrivato a costituire una trilogia solo grazie all’interpretazione di Johnny Depp?
Harry Potter? Star Trek?
E’ sufficiente pensare al Signore degli anelli. E’ il mondo creato da Tolkien il vero protagonista. Peter Jackson e la Miramax l’hanno capito benissimo.
Insolito che la 20th Century Fox abbia ignorato questo “dettaglio”.

Ma i responsabili di questo meritatissimo flop (commerciale e di critica), non sono da cercarsi solo tra Wong e la casa di produzione. Stupisce infatti trovare tra gli artefici di un tale obbrobrio Stephen Chow nei panni di uno dei produttori, e lo stesso Akira Toriyama tra gli sceneggiatori.
Chow, regista di un capolavoro come Kung Fusion (2005)(conosciuto in Italia forse più per Shaolin Soccer, 2001), si rende qui complice della violenza sul manga.
Ma quello che più perplime è come detto, Toriyama che accetta di collaborare allo scempio della sua creatura più fortunata.
Ignorando la geografia del mondo da lui disegnato, traslando il tutto in una realtà pressoché identica alla nostra, senza più animali antropomorfi, l’autore del fumetto non ha scusanti per il pessimo lavoro cui ha partecipato.

E’ inutile qui elencare tutte le storture del film rispetto al manga, anche perchè bisognerebbe riscriverlo in ogni punto. E’ però necessario osservare come con leggerezza si taglino dei particolari che sono vere e proprie icone nella storia: da un’assenza della nuvola d’oro, al maestro Muten ringiovanito di cent’anni, con la schiena libera dal guscio di tartaruga, a Pual e Olong scomparsi completamente, nel film non rimane niente della storia che tutti conoscono tranne i nomi, questa volta pronunciati come nel fumetto.

Pertanto è una bella notizia che questo abominio del Live action abbia fregato gli spettatori solo per il primo week-end. I produttori credendo che bastasse citare Dragonball per riempire le sale hanno stranamente sottovalutato il potere del passaparola che realmente decreta se un film sarà un successo.
Su 58 milioni di dollari di incasso totale, l’Italia ha contribuito con quasi 2 milioni di euro (€ 1.987.382) di cui 927.448 nel primo week-end, dimostrando quanto la curva dei guadagni al botteghino sia stata giustamente vittima del passaparola.
La 20th Century Fox in aprile annuncia ufficiosamente che la spesa di produzione si è aggirata attorno ai 50 milioni di dollari, intravvedendo così un esiguo margine di guadagno.
Tuttavia è  facile immaginare come un film zuppo di effetti speciali come questo (seppure scalcinati) abbia richiesto uno sforzo produttivo ben maggiore, senza considerare le spese di promozione che spesso incidono per il 30% del costo.
Sembrerebbe scongiurato il pericolo di un sequel a fronte di un tale fallimento commerciale, ma nuove rivelazioni della fine di agosto purtroppo lasciano di nuovo scorgere il baratro di un secondo capitolo.
La Fox, non si capisce in base a quale criterio, ci informa che il budget per la realizzazione del film è stato di 30 milioni di dollari, e che inoltre il guadagno ottenuto dalla speculazione sulla vendita dei DVD e del merchandise collaterale supera quota $ 50.000.000.
[fonte 1fonte 2]

In conclusione, visto il penoso risultato della trasposizione cinematografica del manga, anche un cane cieco si accorgerebbe di quanto sia folle investire su un eventuale Dragonball 2 che verrebbe in ogni caso boicottato da tutti colori i quali hanno buttato i loro soldi per scoprire quanto si può cadere in basso (cinematograficamente parlando).
Quindi non ci resta che aspettare altri vent’anni prima di sentir parlare di un lungometraggio su Goku e Bulma, in quanto solo la nascita di una nuova rivoluzionaria tecnica (come è stata la computer grafica nel cinema) potrà fornire un valido alibi per disseppellire questo bistrattato capolavoro del fumetto.

Gianpaolo Fieramonti Stacchi Consorzi

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~ di giansignoremerendini su settembre 30, 2009.

Una Risposta to “Dragonball Evolution: Introduzione, digressione e conclusione.”

  1. […] di Italia Uno. Come già accennato da Fieramonti Stacchi Consorzi nell’articolo dedicato a Dragonball Evolution, Italia Uno è stata l’emittente televisiva più seguita dai bambini Italiani per tutti gli […]

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