Videocracy. La banalità del banale.

Quando venne pubblicata la notizia che Videocracy non era stato accettato in concorso nella selezione ufficiale del Festival di Venezia ci fu subito un moto di stizza da parte di chi giudicò la scelta più politica che stilistica, o genericamente cinematografica.
Se a pensar male in questo paese non si sbaglia quasi mai, dopo aver visto Videocracy sorge più di un robusto dubbio riguardo all’esclusione dal concorso del documentario di Gandini.
Il film è infatti di fattura dozzinale, poco originale e graffiante quanto le unghiette dei criceti anziani.
Inserito in programmazione dalla Settimana internazionale della critica e le Giornate degli autori questo blando documentario all’acqua di rose ha suscitato una valanga di polemiche più per merito esterno che non per qualità proprie. La volontà censoria che ha infatti visto Mediaset e RAI rifiutare il passaggio televisivo del trailer di Videocracy non ha fatto altro che sostenere pesantemente ciò che nel film non è stato neanche timidamente accennato: il duopolio televisivo italiano è in realtà un monopolio.
Se Mediaset infatti annuncia frontalmente che non manderà in onda il promo del Gandini documentario perché ritiene che questo la danneggi, la RAI a richiesta di spiegazioni (da parte della distribuzione italiana Fandango dell’ottimo Procacci) concretizza in legalese il detto “arrampicarsi sugli specchi”.
Parafrasando il pensiero RAI: «anche se non siamo in periodo di campagna elettorale, il pluralismo alla Rai è sacro e se nello spot di un film si ravvisa un critica ad una parte politica ci vuole un immediato contraddittorio e dunque deve essere seguito dal messaggio di un film di segno opposto».
Io ho visto tutti i 156 episodi, i 3 film per la tv, e la pellicola di Ai confini della realtà e mai a nessuno degli sceneggiatori è venuta in mente una porcheria del genere.
Abbiamo fatto analizzare la risposta della RAI dal nostro team di linguisti, coordinato da Manlio Di Saronno. Il risultato dell’analisi giuridica, e psicolinguistica sulle parole della tv di stato in merito a questa vicenda è unanime: “sono una serie di coglionate”.
Si cerca di giustificare una presa di posizione, invocando l’equilibrio e la necessità di non prendere posizione. Anche un asino autistico capirebbe che il ragionamento è quantomeno “coglionesco” (utilizzo qui il termine tecnico proposto dalla commissione di linguisti).
La RAI si dimostra qui come il padrone di una piccola bottega di alimentari che difende il diritto che il grande centro commerciale sortogli davanti ha di rovinarlo. Singolare.
La RAI rifiuta il trailer di Videocracy È un film che critica il governo (La Repubblica 27/08/09)
Videocracy, censura della Rai ora se ne occupi il consiglio (La Repubblica 28/08/09)

Il documentario dell’italo-svedese Erik Gandini si promette di raccontare in 80 minuti la condizione socioculturale italiana, diretto prodotto di trent’anni di televisione (per lo più) commerciale. Se per i primi 3 minuti il documentario sembra porre le premesse per un’approfondita analisi della comunicazione televisiva nostrana, i 77 minuti rimanenti sono un poderoso buco nell’acqua.
Gandini infatti, che evidentemente in Italia ci vive poco, e non capisce i meccanismi leggermente più profondi che governano i legami socio-televisivi, cade come un ingenuo scolaretto nella stessa trappola che cerca di smascherare.
Chi in Italia non è stato ancora rovinato dalla sovraesposizione televisiva può facilmente capire come i 3 cardini della pseudio-inchiesta di Videocracy facciano leva sul fascino che la tv ha su milioni di persone.
Lele Mora, Fabrizio Corona e un semplicione del nord con l’intelligenza di una cassettiera.
Gandini infatti non ci illustra i danni che la tv ha fatto in trent’anni. Non ci dice quali siano i meccanismi che hanno mandato in loop la crescita culturale. Non propone in che modo neutralizzare questo flusso di barbarie. E non fornisce neanche i dati necessari per comprendere la commistione tra tv e politica che sovrintende alla comunicazione mediale in Italia dal 1993 in poi.
Il suo film è una banale fotografia del patinato mondo televisivo, con qualche zumata sulle storture di alcuni protagonisti: Lele Mora con gli inni fascisti nel cellulare, Fabrizio Corona che venderebbe anche la madre pur di fare soldi, e un merlo della periferia nord-est che sogna la fama imitando Ricky Martin e Van Damme.
E’ una timida sbirciata nel “dietro le quinte” televisivo e una pubblicità per Corona che sfrutta quest’occasione per mostrare il suo organo filiforme. Gandini non è abbastanza sgamato da fare un documentario sull’Italia in Italia. Se il nostro non è più un paese di grandi inventori e scienziati, è ancora la patria di una furbizia che chi non vive qua non può certo controbilanciare.
Chi nel nostro paese ha visto questo pallido documentario l’ha certamente trovato piuttosto incolore. E chi si aspettava una critica sul sistema socio-televisivo, ha visto soltanto il patetismo di un quasi-trentenne, che, per quanto Gandini provi a farlo assurgere a rango di esempio generazionale, ha sicuramente un background problematico in cui il lavaggio del cervello televisivo ha occupato un posto già vuoto in precedenza. Gli effetti della corruzione delle immagini RAI-Mediaset vanno ricercati in altri luoghi o con altri metodi.
Difficile quindi non mettere a paragone Videocracy con un prodotto più breve, ma più focalizzato e decisamente più tagliente, che è Il corpo delle donne di Lorella Zanardo (http://www.ilcorpodelledonne.net/) visibile gratuitamente sul sito dedicato. La Zanardo infatti quest’anno ha prodotto un piccolo documentario di 25 minuti che trova la sua caratteristica più forte nel commento che accompagna le immagini. Il testo, recitato dalla stessa Zanardo e da Marco Malfi Chindemi, analizza con acume la figura femminile esibita in televisione mostrando la deviazione sociale che ne deriva. Tra domande retoriche e non, il tono di denuncia è soppiantato da una fredda analisi mai passibile di parzialità. Trova così nel suo breve documentario la cifra di quell’ “occhio innocente” che la semiotica raccomanda nell’approccio ad un testo (sia esso scritto, visuale, o audiovisivo).

Qui il trailer de “Il corpo delle donne”. Non segue le moderne regole del trailer. Fornisce un’anteprima, mostrando i primi due minuti del documentario. Sicuramente meno accattivante nella veste grafica. Meno luminoso. Meno curato nella parte tecnica. Ma con meno fronzoli. Più diretto.

Videocracy si pone quindi nel panorama cinematografico come un prodotto banale. Al di sotto, per critica e per intelligenza, de Il corpo delle donne. Inferiore, per approfondimento socio-politico, a Quando c’era Silvio (2005, Regia di Ruben H.Oliva, e scritto da E.Deaglio e B.Cremagnini); più modesto, in quanto a ferocia, rispetto all’ormai celebre Citizen Berlusconi (documentario del 2003. Regia di S.Gray e A.Cairola); e infine meno originale e accattivante degli stessi servizi de Le Iene (in onda su Italia 1) quando trattano simili argomenti.

Ci si sarebbe quindi aspettati un lavoro “alla Michael Moore”, ma gli auspici sono stati disattesi.
Per gli amanti del genere documentario è però in arrivo l’ultima produzione proprio di Moore, Capitalism – A Love Story che promette un ampio respiro narrativo e non un montaggio arraffazzonato in sostegno di una tesi poco originale.


Giansignore Merendini

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~ di giansignoremerendini su ottobre 7, 2009.

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