Apologia della stravaganza

Tralasciamo le valenze intimidatrici, l’attentato allo stato di diritto, la ritorsione sul piano personale e ogni altro aspetto cupo, deprecabile e disgustoso. Ignoreremo il crudo dispotismo che schiaccia sotto il suo calcagno chi non si allinea e che trova ragion d’essere nell’impressionante servilismo dei garzoni dell’informazione i quali per piaggeria (per usare un eufemismo) si assoggettano ad ogni volere padronale. Non ci concentreremo neanche sulla bufera mediatica scatenata da questo caso e nemmeno sulle responsabilità politiche ad esso afferenti. L’unico elemento che prenderemo in considerazione sarà il breve video dedicato al giudice Mesiano e la strategia comunicativa ad esso sottostante.

E’ necessario osservare come la ‘cornice mediatica’ di tale servizio sia Mattino 5, abominio televisivo che insozza le case degli italiani dal gennaio 2008. Realizzata dalla testata giornalistica Videonews che annovera tra i suoi precedenti direttori giornalisti integerrimi del calibro di Emilio Fede (’89-’92), Mimun (’92-’95), Paolo Liguori (’99-’03) e Giorgio Mulè, è condotta dall’ineccepibile Brachino, anche attuale direttore di Videonews.
Il filmato “incriminato” racconta in 2 minuti le bizzarre avventure del giudice Raimondo Mesiano prima durante e dopo il barbiere. Come la redazione dell’ottimo talk show mattutino ritenga una notizia degna di tale appellativo non ci è dato saperlo, ma analizzando il filmato ci si può fare un’idea al riguardo. Il pezzo viene introdotto dal “giornalista” Brachino che illustra un titolo de Il Giornale (già recente protagonista nelle cronache nazionali per atti di linciaggio mediatico): “Il Csm promuove il giudice anti-Fininvest“. Dopo una breve sintesi dell’articolo, con l’aria di un “Minoli dei poveri” annuncia: “E noi abbiamo queste immagini in esclusiva che adesso vi mostriamo“.

Sulle note dei Red Hot Chilipeppers il servizio mostra le immagini di un appostamento in cui un normale signore cammina per strada. Si direbbe un servizio di Lucignolo sui signori che passeggiano nei marciapiedi, ma parte il monologo di Annalisa Spinoso.
Sul campo lungo che ritrae il pedinato Mesiano sentiamo: “Sono passate poco più di 24 ore da quando con la sua sentenza ha condannato la Fininvest ad uno dei risarcimenti più alti della storia giudiziaria d’Italia“.
Già in apertura la non troppo brillante “giornalista” ci dice due cose di grande importanza:
1. E’ allarmante la naturalezza con la quale Annalisa Spinoso lega a doppio filo questo inutile servizio e la sua causa: la condanna al risarcimento. Non si vergogna infatti di puntualizzare che non è passato neanche un giorno dal fatto’. L’ingenuità di chi vorrebbe comunque pensare in buonafede è tradita immediatamente dall’apertura della “giornalista” stessa. Un sillogismo disarmante: Il giudice se la prende col capo – noi schiavi facciamo subito un servizio – noi schiavi ce la prendiamo col giudice.
2. Nella costruzione della frase è il giudice che è colpevole di aver imposto il risarcimento più alto della storia italiana. Non si lascia adito al dubbio che la Fininvest possa aver commesso un reato meritevole di una tanto salata multa.
Il tono di apertura di questo pezzo mostra subito una prospettiva viziata che pone le basi per un discorso tanto insulso quanto surrettizio. Una headline nella parte alta dello schermo recita: ESCLUSIVO. Continua la Spinoso: “750 milioni di euro in favore della Cir di Carlo De Benedetti“. Esplicita il notevole risarcimento evidenziando un elemento e sottacendone degli altri: i soldi andranno a De Benedetti. Non viene fatta menzione sul perché. Probabilmente ha ritenuto che la camminata sospetta “avanti e indietro” del giudice meritasse rilievo, al contrario del motivo, oramai di dominio pubblico, per il quale la Fininvest, di proprietà del premier, è stata condannata: corruzione di un magistrato.
Ed eccolo in giro per Milano il Giudice Raimondo Mesiano“: Ora il campo lungo diventa un piano all’americana. Mesiano è ben visibile mentre si gira verso la telecamera (non vedendola perchè nascosta e lontana). E’ un peccato che il responsabile del montaggio Massimo Giudici non abbia optato per un efficacissimo ralenti nel momento in cui il protagonista sembra ‘guardare in macchina’. Una tecnica usata in gran parte dei thriller anni ’80, di derivazione soap-opera, massima espressione registica per sottolineare il climax dei colpi di scena.
Nel suo week-end lontano dalle scartoffie del tribunale e dagli impegni istituzionali, sveste la toga e si cala nei panni di un comune cittadino“. Il linguaggio utilizzato è giovanilistico. Alcuni lessemi quali “scartoffie” e “si cala nei panni” sono retaggio di una lingua giovanile che ormai contamina anche quella del giornalismo. La separazione generazionale dei linguaggi ha sempre trovato la sua ragione nel meccanismo dell’ “identificazione nel gruppo”. E’ raro quindi che gli adulti utilizzino delle parole quali “sballo” o “cuccare” perchè fanno parte di un altro “universo lessicale”. Esistono poi termini ibridi che col passare del tempo si sono infiltrati nella lingua comune da quella delle generazioni più giovani. Scartoffie è uno di questi termini. Utilizzarlo in un contesto giornalistico denota un livello culturale piuttosto basso: perchè la ‘letteratura giornalistica’ dovrebbe essere ‘altro’ rispetto alla comune lingua di tutti i giorni, e perchè è facilmente comprensibile l’intento che stà dietro l’utilizzo di tali parole. Si cerca in questo modo infatti di rendere più ‘scanzonata’ una narrazione (dagli scopi tuttaltro che leggeri: “randello catodico-mafioso” lo chiama Travaglio nel Passaparola di ieri) presupponendo inoltre di arringare un pubblico giovane. Oltre la sprovvedutezza linguistica, non c’è comunque ancora la traccia di una notizia.
Certo non di cittadino qualunque: alle sue stravaganze siamo ormai abituati“. Naturalmente. Chi non è abituato alle stravanganze del celeberrimo giudice Mesiano? Il tono con cui la giovane giornalista ci apostrofa è figlio di una retorica di persuasione molto efficace. Nella costruzione:”alle sue stravaganze siamo ormai abituati” è facile mettere in dubbio il fatto che non siamo abituati (proprio perchè tale giudice era un emerito sconosciuto), ma è meno contestabile che egli sia un habituè delle stravaganze: sintatticamente la frase lo dà per scontato. E’ un meccanismo di presupposizione molto potente che racchiude in sè tutta l’efficacia dell’ellissi (le sue stravaganze a cui dovremmo essere abituati vengono taciute), dell’allusione (si allude al fatto che le sue stravaganze siano numerose) dell’aposiopesi (si tace una parte di discorso in maniera reticente, lasciando intuire il resto all’ascoltatore. Il meccanismo è teso a creare sospetto o suggestione).
Passeggia l’uomo Raimondo Mesiano per le strade milanesi. Davanti al negozio del suo barbiere di fiducia attende il turno“. Sembra un dettaglio ma in questo servizio ci si sputtana da soli (per usare un’espressione occasionalista). E’ infatti  questo, uno dei nodi fondamentali. Il protagonista del servizio è “l’uomo”, il cittadino, la persona altra rispetto alla sua carica istituzionale. Con l’espressione ‘L’uomo Raimondo Mesiano’ si fa ammissione di colpevolezza: si conferma che sotto attacco è finito il cittadino per le decisioni prese però in veste di magistrato.
E’ impaziente, non riesce a stare fermo: avanti e indietro. Si ferma, aspira la sua sigaretta, e poi ancora: avanti e indietro“. Formidabile. Lo scoop giornalistico di un uomo che passeggia di fronte al barbiere; ma si ferma per aspirare la sigaretta. Stesso meccanismo di allusione: il sottotesto è “cosa avrà mai da agitarsi tanto“. Stesso effetto persuasivo: possiamo contestare il fatto che stia camminando ‘avanti e indietro’ per motivi da tacere, ma è più difficile confutare la sua agitazione, anche perchè grazie al ‘potere retorico concreto’ del montaggio televisivo, le microellissi ci mostrano soltanto i momenti in cui l’uomo cammina.
Forse non sa ancora che il CSM lo sta promuovendo con un bel sette che per un magistrato equivale ad un 30 e lode universitario; insomma il massimo dei voti, e un bell’aumento di stipendio“. L’insinuazione è forte: il giudice ha ottenuto un bell’aumento di stipendio grazie alla promozione guadagnata emettendo una sentenza contro il premier: quindi per meriti politici. Sembrerebbe di trovarci di fronte alla abusata figura retorica dell’allusione, ma in realtà siamo in presenza di un paradosso. Ovvero: se il giudice avesse fatto quello che ha fatto per ottenerne un beneficio pecuniario sarebbe strano proprio perché la causa su cui si trova ad emettere un giudizio riguarda una corruzione di giudice. Se il suo scopo fosse stato “avere denaro” si sarebbe potuto far corrompere dall’imputato che a quanto risulta dai verbali è piuttosto generoso con i magistrati accondiscendenti (nel caso di parla di una sentenza acquistata per 2,7 milioni di dollari, di 20 anni fa).
Lui va avanti e indietro, avanti e indietro“. Epanadiplosi: si ripetono le parole ai fini di un’enfatizzazione. Si rafforza in questo modo il concetto di impazienza e agitazione già espresso. “Si rilassa solo al momento di barba e capelli. Finita la toilette continua la sua passeggiata. Due sole volte si sofferma: una al semaforo. L’altra a pochi metri dal passaggio pedonale per accendere l’ennesima sigaretta della mattina“. Sottotesto: “Nella foga della sua frenesia l’uomo si ferma solo quando deve: sulla sedia del barbiere, al semaforo, e per obbedire agli istinti dettati dalla droga della nicotina di cui questo debole uomo è estremamente (l’ennesima sigaretta, della mattina per giunta) schiavo.
Come fosse uno spot all’incontrario“. Questa metafora malriuscita la lasciamo all’immaginazione dei lettori.
Prima di uscire dal nostro campo visivo [ma come dice Grillo forse l’espressione “pedinamento” è più appropriata] ci regala un’altra stranezza“. Siamo al climax: l’articolo è stato elaborato sulle stravaganze di quest’uomo e ora possiamo vederne una. Si cambia registro, passando a un genere ibrido tra inchiesta e documentario :”Guardatelo seduto su una panchina: camicia, pantalone blu, mocassino bianco e calzino turchese” con chiusa in rima finale “di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare“.

La strategia comunicativa di questo breve pezzo di “inchiesta” si basa quindi sull’allusione e l’enfatizzazione di particolari, allo scopo di creare sospetto nell’ascoltatore, adottando tecniche di provocazione emotiva tipica della retorica pubblicitaria.
Parte di questo tono retorico sebbene sia piuttosto superficiale è funzionale all’ottica degli infangatori. La “giornalista” Annalisa Spinoso, precaria inesperta che ha accettato di partecipare ad un gioco più grande di lei è ora oggetto di attenzione da parte dell’ Ordine dei Giornalisti, come riporta l’Unione Sarda in data 17/10/09 , ed è finita anche nel mirino di facebook dove è nato il gruppo Cancelliamo Annalisa Spinoso che ad ora conta già 646 membri.
Dal canto suo Brachino ha dapprima negato ogni coinvolgimento nella vicenda, salvo poi rendersi conto con gaio stupore di essere il direttore del programma e quindi responsabile di ciò che mette in onda. Nelle sue “scuse”, che sono visibili su youtube cercando testualmente “come si scusa un pezzo di merda“, elabora un discorsetto senza nè capo nè coda paragonando il pestaggio mediatico effettuato su Mesiano alle “persecuzioni” di cui Silvio Berlusconi è stato oggetto negli ultimi mesi. Naturalmente la difesa sembra più un attacco, dimostrando che l’umiltà è un valore che, chi non ha la schiena dritta non può certo abbracciare.
Ignorando i propositi inizialmente annunciati in apertura vi metto in guardia sui possibili sviluppi della faccenda. Il caso del video in sé sembra essersi ridimensionato. Ma chi è stato educato alla politica dai pubblicitari e dai manager del marketing non accetta che il prodotto che vende (o in questo caso la parte politica che sostiene) passi dalla parte del torto, o meglio, non si configuri più come quel prodotto di cui la gente ha bisogno per riempire il vuoto generato da esso stesso. Entra in scena qui il ministro della giustizia (pensate a come le parole siano diventate veicolo di ossimori tra teoria e pratica) Angelino Alfano che dichiara all’Adnkronos: “Per me le scuse di Brachino chiudono un caso, ma ne aprono platealmente un altro: il diritto alla privacy vale solo se c’è di mezzo un magistrato? Solo in quel caso il diritto alla privacy prevale sul diritto di cronaca, e quando di mezzo c’è il diritto dei comuni cittadini e del capo del Governo?“. Il diritto alla privacy è diventato, a furia di essere evocato in questo modo, l’ombrello sotto cui nascondersi quando piove merda. Ma il paradosso è la frase:”il diritto alla privacy prevale sul diritto di cronaca[…]?”. Il diritto di cronaca, che deriva dall’art.21 della Costituzione (che sancisce la libertà di espressione), prevede che chiunque, ma in particolare un giornalista, possa raccontare con qualunque mezzo un fatto di INTERESSE PUBBLICO per come è. Ora dove sia l’interesse pubblico nel fatto che il Presidente del Consiglio si rifornisca di prostitute tramite un magnaccia e spacciatore che vende protesi inutilizzabili negli ospedali campani, lo vede anche un giovinetto. Mi sfugge però l’interesse pubblico in Raimondo Mesiano che passeggia di fronte al barbiere coi calzini “stravaganti”. Attenti quindi quando vengono fatti questi paragoni da personaggi prevenuti per educazione (come dicevo), perché educati in un ottica di piazzare un prodotto (che in questo caso è il partito che si identifica, come sempre è stato, in Berlusconi) che risponde solo alle leggi di mercato. Non a quelle dell’etica, della morale, della giustizia, o quant’altro. L’importante è che il prodotto Berlusconi non perda il fascino verso i suoi consumatori. Usare il discernimento nell’approcciarsi alle affermazioni di questa gente è indispensabile. Non perché siano dei maghi della comunicazione o dei persuasori occulti (ndr) ma perché in 15 anni hanno messo su un paradigma comunicativo teso a difendere una sola idea. Quando non si deve discutere di uno spettro di temi molto ampio, ma ci si concentra nella dialettica Berlusconi si- Berlusconi no, le variabili sono molte meno, migliorando così in quell’ottica che a fronte di minor quantità, migliora la qualità. E’ probabile quindi che qualora i giornalisti si limitino soltanto a riportare ciò che i politici proclamano senza far notare le macro-incoerenze alla base dei loro discorsi, la loro piattezza culturale uniformi il dibattito, politico e non, ad una sorta di tifo pre-religioso e post-calcistico.

Giansignore Merendini

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~ di giansignoremerendini su ottobre 20, 2009.

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