Per scoprire e capire il mondo

A tre giorni di distanza dall’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, abbiamo ora abbastanza materiale per poter iniziare a mettere in luce l’aspetto che a noi interessa: la comunicazione di massa. All’interno del sistema d’informazione italiano schiacciato in un duopolio televisivo, che difatti esercita un monopolio, e castrato da una dicotomia della stampa che si divide tra “Berlusconi si” e “Berlusconi no”, è bene mettere in luce come in realtà il punto di contatto più intenso tra questi mass-media che forniscono le notizie alla quasi totalità degli italiani (che ben si guardano dall’utilizzare internet a scopo informativo) sia una comune aderenza ai principi fondamentali di propaganda. Ad eccezione de “Il Fatto”, nuovo quotidiano che dalla dichiarazione programmatica appare estraneo ad una contiguità con l’establisment economico-politico, il resto dei giornali, e delle televisioni abbraccia il “modello della propaganda“.

[A questo proposito porto alla vostra attenzione la pubblicità che il Corriere della Sera ha pensato bene di farsi, annunciando che si battono “per un’informazione indipendente”. Il Secondo filtro del modello di propaganda spiega bene perchè la pretesa indipendenza altro non è se non una facciata nel momento in cui hai inserzionisti da accontentare. Per di più questo spot va in onda anche sulle reti mediaset, annunciando cioè un’imparzialità rispetto alla evidente e ovvia tendenziosità del canale che ospita l’adv.
Lo spot, col raccapricciante payoff “Corriere della Sera, Liberi di pensare”, è visionabile su youtube, la finestra sul mondo dei video che piano piano comincia a sottostare alle regole del mercato che valgono per gli altri media. Ma almeno per ora sotto ogni video gli utenti possono lasciare i loro commenti: questo ne ha solo tre, ma rendono bene l’idea:
1 – Buffoni, liberi di pensare come piace ai vs padroni
2 – Corriere della Sera… ma andate a cagare
3 – Ma chi volete pia’ per culo?]

Partiamo da un assunto iniziale: “I mass media come sistema assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma nel contempo di inculcare negli individui valori, credenze e codici di comportamento atti a integrarli nelle strutture istituzionali della società di cui fanno parte. In un mondo caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza e da forti conflitti di classe, per conseguire questo obiettivo occorre una propaganda sistematica“. (N.Chomsky, “La fabbrica del consenso“, p.16)
Questo concetto fondamentale è seguito da un approfondimento che non comprende il caso specifico italiano dell’ultimo decennio: “Nei paesi in cui le leve del potere sono nelle mani di una burocrazia statale, il controllo monopolistico dei mass media, spesso integrato da una censura ufficiale, attesta in modo trasparente che essi servono i fini di un’élite dominante. Dove invece non esiste una censura formale e i media sono privati, è molto più difficile vedere in essi un sistema di propaganda in azione“. I redattori del volume, tra un regime in cui i media sono sotto il controllo monopolistico di un Governo ed una moderna democrazia capitalistica in cui invece sottostanno alle leggi di mercato, non potevano ancora immaginare la concretizzazione dell’inedito gradino intermedio in cui Governo e proprietari privati dei media vengono a coincidere (il libro è pubblicato nel 1998, ma l’analisi del modello condotta da Chomsky si conclude alle fine degli ’80) .
Il libro si conclude con un saggio di una cinquantina di pagine, intitolato “Lo specchio in pezzi: il caso italiano“, per la penna di A.Leiss e L.Paolozzi che azzardano: “Oggi la divisione in blocchi non esiste più. Bisogna chiedersi allora se le tipologie con cui Chomsky definisce il modello di propaganda dell’informazione ci aiutano ancora a comprendere il funzionamento dei media” sostenendo che “è venuta meno la minaccia dell’ Impero del male comunista” e ancora “[…] la linfa ideologica dell’anticomunismo, spirito vitale della propaganda occidentale durante la Guerra fredda, ha perso il suo nemico“. L’anticomunismo di un capitalismo quasi sempre automaticamente associato in maniera acritica al valore democratico, è stato la facciata dietro cui il modello di propaganda è venuto formandosi, ed è all’interno di un simile sistema che Chomsky analizza i fatti e ne deduce le regole fondamentali. Potevano immaginarsi gli scrittori del saggio che lo spettro dell’anticomunismo sarebbe riapparso nella moderna Repubblica italiana del terzo millennio? Evidentemente no, ed è per questo che le categorizzazioni del “modello di propaganda” appaiono applicabili in modo ancora più netto proprio oggi che non 10 anni fa.
Vediamo allora quali siano le categorie di filtri che orientano il comportamento dei mass media, e perchè alla condizione italiana risultino particolarmente calzanti.
Primo filtro: Dimensione, proprietà e orientamento al profitto dei mass media.
Cioè i mass media mirano ad ottenere un pubblico sempre più vasto per poter vendere clienti ai propri inserzionisti. Gli investimenti per entrare all’interno della proprietà di un mass medium sono altissimi, ciò significa che solo chi ha già un forte potere economico può farli, e naturalmente l’obiettivo è far fruttare questi investimenti. In parole povere: chi pretende che i mezzi di comunicazione di massa siano obiettivi per definizione, trova in queste poche righe una già inattaccabile confutazione.
All’interno del caso italiano spesso lo scontro politico-ideologico si riversa sul frangente della battaglia personale tra grossi editori titolari di un enorme potere economico-imprenditoriale, come Berlusconi vs De Benedetti, proprietario (azionista di maggioranza col 50,85%) del Gruppo Editoriale L’Espresso, e non solo. Filtri quindi che condizionano quali notizie pubblicare, e l’orientamento della loro esposizione, che saranno, per quanto obiettive, sempre viziate almeno da una pregiudiziale interpretazione da parte di un lettore più critico che malizioso.
Secondo filtro: La pubblicità come licenza di stare sul mercato.
Le maggiori entrate di un giornale, o una tv, o un altro mezzo di comunicazione, sono rappresentate dagli investimenti pubblicitari degli inserzionisti. Ciò significa che coloro che pagano per avere la pubblicità su un mass medium, sono responsabili della sua stessa esistenza sul mercato e hanno di conseguenza la capacità di indirizzarne l’orientamento: è altamente improbabile che un canale televisivo che tra gli inserzionisti annoveri una compagnia petrolifera, produca o mandi in onda un documentario obiettivo sui problemi dell’inquinamento.
Cosìccome è altrettanto improbabile che un gruppo televisivo di proprietà del presidente del Consiglio (azionista di maggioranza di Mediaset, appartenente al gruppo Fininvest, il cui presidente è Piersilvio B.) critichi, o abbia un atteggiamento orientato ad una critica oggettiva, rispetto al presidente del Consiglio stesso. In tal modo l’uomo politico gode di una doppia immunità di obiezione: da parte dei suoi mezzi di comunicazione in quanto proprietario, e da parte di quegli altri canali comunicativi che per tradizione (vedi la Rai) o per convenienza (vedi il resto dell’editoria che non sia di sua diretta proprietà, ma non politicamente tendenzioso) ben si guardano dall’attaccare chi per carica istituzionale è responsabile delle scelte che li riguardano direttamente.
Terzo filtro: la scelta delle fonti da parte dei media.
Le fonti di informazione privilegiate sono rappresentate dal Governo, dai suoi rappresentati, e da tutti quegli organi che burocraticamente forniscono la “versione ufficiale” delle più disparate notizie.
Assistiamo perciò, almeno per quanto riguarda il caso italiano, ad una sfilata di politici che impongono la propria insignificante opinione in tutti, nessuno escluso, i telegiornali nazionali, nelle trasmissioni di approfondimento, nei vari talk show, e nella granparte della carta stampata.
Il fatto in sé perciò scompare, e la notizia diventa: tale ha detto questo e tal’altro ha detto quest’altro.
Ne è significativa la condizione verificatasi con l’episodio dell’attentato a Berlusconi, in cui esaurito il fatto di cronaca in sé, cioè uno psicolabile ha lanciato una miniatura del Duomo in bocca al presidente, il 90% della “notizia” è costituito da: Bersani esprime solidarietà; Di Pietro attacca; Rosi Bindi pure; Cicchitto delira; Bonaiuti adula e lusinga; Castelli accusa ecc. ecc.
La notizia diventa poi il commento al commento: nelle scorse giornate si è infatti assistito ad una pesante invettiva contro chi non si è limitato passivamente ad esprimere la dovuta solidarietà. Si è trovato il modo quindi di spostare il peso dalla cronaca alla politica con un modo che non ha neanche più la dignità di essere analizzato. La strumentalizzazione di un grave episodio di violenza ha permesso che il personale di servizio del presidente del Consiglio si potesse scagliare contro chi con il fatto di cronaca niente ha a che fare. Ogni attacco a Berlusconi diventa un’opportunità per invocare i responsabili di un non meglio precisato clima di odio davanti al tribunale della giustizia sommaria. Ogni dissenso nei confronti del partito della cosiddetta libertà viene perciò affiancato con semplificazione disarmante al gesto criminale che ha fatto sanguinare l’antonomastico Cavaliere.
E’ stato possibile dunque, per tutti coloro che da mesi vedono nell’opposizione alla politica berlusconiana un male da estirpare, calare questo episodio isolato di aggressione, in un contesto che preveda dei “mandanti morali” e degli istigatori. Questo modo di fare, inconcepibile se ci si attiene alla logica, risulta scontato nella cornice italiana in cui manca una sacrosanta opposizione politica in parlamento. D’altro canto il dissenso politico viene manifestato da un pugno di personalità che godono dell’esasperato disprezzo della maggioranza, che essendo abituati ad avere strada libera, almeno nella loro sede istituzionale, mal si adeguano ad una manifestazione del libero pensiero. Tra tutti i ministeri inutili presenti in questo governo, l’unico veramente sempre attivo, ma non ufficializzato è proprio quello della Propaganda, che può godere non di uno, bensì di più ministri che ne perorano la causa. Prova ne è per esempio questo breve estratto del discorso di Fabrizio Cicchitto alla Camera di ieri 15 dicembre 2009.

[…] Quello che è avvenuto: l’aggressione a Berlusconi, la contestazione organizzata e aggressiva di ben due manifestazioni a Milano, le migliaia di solidarietà a Tartaglia su Facebook, sono il segno che stanno penetrando nel profondo di settori fortunatamente assai minoritari della nostra società i veleni prodotti dalla campagna di odio iniziata fin dal 1994. In questa campagna di odio non è vero che siamo tutti uguali perchè essa è da sempre concentrata contro una sola persona: contro Silvio Berlusconi. Essa si è avvalsa nel corso degli anni dei materiali più diversi. Ultimamente essa è ripartita dai gossip, ma poi si è concentrata su due accuse infamanti e terribili: la mafiosità e la responsabilità delle stragi nel ’92-’94. A condurre questa campagna è un network composto dal Gruppo Editoriale Repubblica [L’] Espresso, da quel mattinale delle procure che è Il Fatto, da una trasmissione televisiva condotta da Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio. Da alcuni pubblici ministeri che hanno fra le mani alcuni processi fra i più delicati sul terreno del rapporto mafia-politica e che nel contempo vanno nei più vari talc-sciò televisivi a demonizzare Berlusconi. Da un partito: l’Italia dei Valori, […] il cui leader Di Pietro stà in questo giorni evocando la violenza quasi voglia tramutare lo scontro politico durissimo in atto in guerra civile fredda e poi questa in qualcosa di più drammatico. Da qualche settore giustizialista, Onorevole Bersani, del suo partito. Come se ne esce. A nostro avviso non con esercitazioni puramente verbali destinate a lasciare il tempo che trovano, ma andando al cuore del problema, disinnescando cioè con leggi funzionali all’obbiettivo: l’uso politico della giustizia, che è il cancro che ha distrutto la Prima Repubblica e che è il cancro che sta corro[gl]dendo anche la seconda. Se si prende il toro per le corna, lo dico rispondendo in termini politici all’appello del Presidente della Repubblica, si può iniziare un cammino virtuoso procedendo quindi ad una grande riforma cost.. [lapus freudiano] istituzionale, ad una grande riforma della giustizia, ad un’incisiva riforma dei regolamenti parlamentari, all’istituzione del federalismo fiscale.[…]

Grazie al giudizioso ed equilibrato intervento dell’Onorevole (parola ormai ridotta a puro significante) Cicchitto, arriviamo al Quarto filtro: attacchi polemici ai mass media e accreditamento delle posizioni di destra. Chomsky per attacchi polemici in realtà intendeva le reazioni negative a un certo servizio o programma, non certo le liste di proscrizione, come quella stilata qui sopra, dove si attaccano frontalmente non più avversari sul campo politico, ma quelli che vengono considerati nemici da cancellare. Per accreditamento delle posizioni di destra, intende la capacità di scatenare reazioni polemiche e dissensi che minacciano di tradursi in spese o altri pericoli: potere che è in gran parte detenuto da quella piccola fetta di popolazione con un grosso potere economico, che ben si guarda dal perdere i propri privilegi, e che quindi si incasella in una matrice di stampo conservatore. Un attacco di questo tipo per esempio è stato quello del giugno 2009, in cui Berlusconi invita a “chiudere la bocca [ai catastrofisti]”, riferendosi ai giornali che per diritto/dovere di cronaca scrivono della crisi, contraddicendo la linea politica del governo improntata all’ottimismo avulso da ogni contingenza. Come chiudergli la bocca? Non comprando più pubblicità, cioè provocandogli un danno economico massiccio. Che poi i giornali che non condividono il suo punto di vista sulla crisi siano anche gli stessi che si permettono di fare domande “scomode” (per quanto il giornalismo italiano sia limitato e autocensurato sul tema), naturalmente è un parallelismo che qui non ci interessa.

Inoltre con accreditamento delle posizioni di destra ci si riferisce anche alla onnipresenza dei rappresentanti della categoria dei “conservatori” che godono di ampissimo spazio sulle frequenze televisive in particolare, e che raramente vengono contraddetti. Le loro supposizioni hanno sempre la dignità di verità inconfutabili, sebbene a dirle siano esemplari della specie umana rappresentativi di un deficit della normale attività cerebrale come l’On. Gasparri, l’On. Calderoli, o lo stesso On.Castelli, che nella serata del 15/12/09, ospite a Ballarò ha apostrofato l’attentatore Massimo Tartaglia come “esponente della sinitra” inventando arbitrariamente un dato che viene percepito come un fatto assodato.
Per ovvi motivi è impossibile fornire una esauriente panoramica degli attacchi rivolti dalle categorie di potere (politico in particolare) ai media, in quanto più che come strategia sembra diffuso come sport nazionale: da D’Alema negli anni ’90, fino al ministro Scajola la lista è lunga.
Per quanto riguarda quest’ultima vicenda dell’attentato a Berlusconi, ovviamente le forze per chiudere il vituperato Annozero continuano a sprecarsi, come da qualche mese a questa parte, ma è con il comunicato del gruppo Pdl al Senato del 14 dicembre che possiamo farci un’idea dell’acrimonia con cui questi attacchi vengano condotti:

Da “Il Fatto Quotidiano” del 15/12/09

Il testo della catilinaria è più che esplicito. Colgo l’occasione per fare dunque una doverosa luce sul metodo adottato da questi signori che accusano di populismo pur essendo populisti (ma più plausibilmente perchè hanno imparato una parola nuova e gli piace usarla).
Inoltre la parte destra dell’emiciclo che pende e dipende da Berlusconi, per una sorta di osmosi culturale con il boss, è considerata quella degli esperti della comunicazione. Sembra quindi paradossale ma la tecnica con cui i “maghi” della comunicazione politica, più spesso a destra, attaccano un avversario, non può essere utilizzata contro il corifeo della destra italiana. L’arma retorica riforgiata per l’occasione della politica del più ganzo per i gonzi è “l’Argomentum ad hominem“, spesso favorito da una generalizzata tendenza all’ “ignoratio elenchi“.
Quante parole difficili per capire un comportamento meschino.
Argomentum ad hominem è facilmente intuibile. Essendo stati imboccati negli ultimi anni dal giornalismo modista-occasionalista (linguisticamente parlando), non possiamo non notare un parziale isomorfismo tra il nostro Argomentum e le ultra-citate “leggi ad personam”. L’utilizzo di sintagmi latini (o latinizzanti come “legge ad personam” che non è nè latino “lex ad personam” nè italiano “legge a [beneficio di una] persona [specifica]) effettivamente ricopre con un’aura di prestigio un elemento che in italiano sarebbe più chiaro ma meno altisonante. Sebbene sia portatore di maggior pregio dell’inglese, nonostante l’italiano vanti una diretta discendenza da esso, il latino tende a metter fuori la testa in pochissimi ed elitari campi. Alcuni stralci della lingua morta sono però resi disponibili, anche per chi dai licei si è tenuto alla larga, dai mezzi di comunicazione che vanno pazzi per i tecnicismi. Dai termini giurisprudenziali dall’aria giuridico-seriosa (vedi il già citato “ad personam”) ai vocaboli scentifici che riempiono bocca e orecchie (basti pensare al “bifidus essensis actiregularis”), il latino ha assunto un artificioso valore retorico di innalzamento del discorso. Non è in questo senso che sono stati citati i nostri termini.
Argomentum ad hominem è quella tecnica retorica che prevede di demolire tesi, e argomentazioni screditando l’individuo che sostiene tali questioni, invece che le questioni stesse.
Oltre al deplorevole esempio appena letto su Travaglio, segnalo una altro tipico esempio:
Beppe Grillo dice: “I politici devono stare in parlamento per due legislature al massimo”
Il politico (in questo caso il raffinato Castelli) risponde “I vostri padri (rivolto al pubblico) guadagnano 1.500 euro al mese, mentre Beppe Grillo guadagna 4 milioni di euro”.

Verrebbe da urlargli in faccia con un megafono davanti a un altro megafono davanti a un altro megafono: “Che cazzo c’entraaaaaaa!”.
In questo esempio non si cerca infatti di affrontare le tematiche poste in campo da Grillo, ma piuttosto si attacca il comico con un Argomentum ad hominem, che denota una concreta mancanza di Argomenti che possano smontare le affermazioni di Grillo.
Questa “strategia comunicativa” (spesso abbinata all’invettiva) è un must della classe politica che ha modellato il suo stile al sole della persuasione aziendale e pubblicitaria. Un tale uso retorico, in un campo che richiede invece chiarezza logico argomentativa mostra il guscio vuoto della politica lustrato ad arte da dozzinali tattiche persuasive applicate superficialmente ma prepotentemente.
Come già detto, nel panorama comunicativo proprio del Berluscones di professione, troviamo anche una massiccia presenza del paradigma dell’ ignoratio elenchi (letteralmente: ignoranza della questione). Nel post dedicato da Com’è quel film? al caso “Uccidiamo Berlusconi” abbiamo constatato come anche esponenti di minor rilievo e di importanza trascurabile facciano ricorso alla manovra diversiva. In questo caso, alla polemica derivante dalla proposta di legge Carlucci sulla regolamentazione di internet, l’onorevole presenta il tema della pedofilia online per sostenere una legge che si occupa di tutt’altro. Usa un meccanismo di distrazione, portando argomentazioni di chiara validità (la lotta alla pedofilia) a difesa di una legge che si preoccupa dell’applicazione delle norme sul diritto d’autore, e di equiparare (giuridicamente) i blog alla stampa.
Recentemente l’ “ignoratio elenchi” e “l’Argomentum ad hominem” sono stati i cavalli su cui si è svolta la battaglia contro Patrizia D’Addario, screditata da questa retorica in salsa berlusconiana in quanto prostituta, senza reddito, con un passato non cristallino e via blaterando, dal Morsus Belpietro Inversus.
L’avversario di una certa parte politica (onorevoli o filoberlusconiani in genere) anche se portatore di validissimi argomenti, si vede attaccare sul piano personale tramite tesi volte screditare il portatore delle parole e perciò le parole stesse.
Questa “fallacia logica” ha fatto molte vittime anche illustri. A cominciare dal sillogismo scolastico “Socrate nuota – il pesce nuota – Socrate è un pesce”, si arriva via via fino a Di Pietro che attaccando Berlusconi si è visto a sua volta contrattaccare con argomenti che non avevano altro scopo se non annebbiare la mente dello spettatore (perchè oramai scontri e dibattiti sono privilegio quasi esclusivo della televisione) che cade nel tranello.
A riconferma del sillogismo fallace, il ragionamento che si cerca di far passare accusando Di Pietro con temi propri dell’ignoratio elenchi (come gli illeciti commessi dal figlio) hanno l’effetto: Di Pietro dice X – Di Pietro (o qualunque cosa riconducibile a Di Pietro) non è sempre dalla parte della ragione – X è sbagliato. Oppure: Travaglio dice X – Travaglio è un criminale (si legge chiaramente la vergognosa illazione più volte chiarita dallo stesso Travaglio) – X è criminale.
Logiche retoriche al servizio di nebbie argomentative.
Non è certo finita qui perchè, in un sistema di propaganda che si rispetti, le voci fuori dal coro presenti sui mass media sono attaccate dai mass media stessi: sul piano verticale, all’interno della gerarchia aziendale che boicotta con i metodi più vigliacchi il lavoro dei “nemici del capo” (è chiaro il riferimento al mancato rinnovo del contratto dei lavoratori di Annozero, in particolare quello di Travaglio, che arriva a babbo morto), e sul piano orizzontale con “colleghi” che preso ormai di mira Travaglio ne processano le supposte intenzioni o ne travisano, con pericolosa malafede e/o spaventosa idiozia, le parole, che possono avere mille difetti ma non quello dell’ambiguità. Nella notte di mercoledì 15, a Porta a Porta, programma di approfondimento generico, in riferimento al “Passaparola” di Marco Travaglio di lunedi 14, si fraintende volutamente l’intenzione del giornalista estrapolando poche frasi dal contesto, evidenziando quando dice “Chi l’ha detto che io non posso odiare un uomo politico” omettendo la  premessa iniziale dell’intervento, che riflette il consueto buonsenso di Travaglio, e la sagacia dei suoi ragionamenti; al quindicesimo minuto del filmato dice infatti:”[…] arrivo a dire una cosa paradossale, che naturalmente verrà usata contro di me ma non me ne importa niente […]: questa categoria per cui si parla di odio politico, è una categoria, diciamo del sentimento che viene applicata alla politica. La politica e il sentimento non c’entrano niente. La politica è un fatto tecnico: io ti voto perchè tu faccia delle cose, ma tu non puoi chiedermi di amarti. Tu puoi chiedermi di votarti, ma non mi puoi chiedere di amarti. Non esiste l’amore dell’elettore per il suo eletto, esiste soltanto nelle dittature quando il populismo carismatico del capo riesce addirittura ad attirare l’amore degli elettori, che non sono più nemmemeno cittadini, sono proprio sudditi, sono un’altra cosa. Sono acritici, sono pecore che adorano il capo. Il fatto che sia tornata la categoria dell’odio e quindi dell’amore nei commenti dei giornali, leggete le stupidaggini che scrive oggi Battista sul Corriere della Sera, sul clima di odio ecc.ecc., bisognerebbe rispondere come fa Massimo Fini: embè? e chi l’ha detto che io non posso odiare un uomo politico? e chi l’ha detto che io non posso augurarmi che se ne vada al più presto? e chi l’ha detto che io non posso augurarmi che il creatore se lo porti via al più presto? […] Ognuno a casa sua, nel suo intimo, è libero di odiare o di amare chi gli pare. Non esiste in democrazia che i cittadini siano obbligati ad amare coloro che li governano“.
Ragionamenti sovversivi? Qui c’è poco da fare. O li si capisce, o si è stupidi, o si è in malafede. Il vedere un’escalation di violenza verbale in brevissimo tempo, in un sistema estremamente veloce perchè teso spudoratamente ad amplificare le contiguità tra politica e media, fino ad arrivare a “la sua follia, il suo odio pari alla sua nullità, non conoscono limite” e “terrorista mediatico“, è rivelatore del “modello della propaganda” di cui si parla.
La lucida analisi di Travaglio è minimizzata alle poche frasi che avulse dal contesto possono destare un minimo di sdegno se male interpretate. Trovato quindi anche solo un minimo appiglio dal quale iniziare la scalata verso il linciaggio mediatico parte il “dagli all’untore”. Travaglio è comuque un capro espiatorio dell’intero pacchetto di dissenso da rispedire al mittente. “Nemici” che con l’estendersi del concetto, si estendono anche di numero, arrivando a contare tra le proprie fila magistrati, corte costituzionale, costituzione stessa, presidente della Repubblica, e chiunque osi alzare la testa al di sopra dello sguardo del padrone. La categoria più ampia che li comprende tutti è quella del Comunista.
Il Quinto filtro: l’anticomunismo come meccanismo di controllo, prevede “il comunismo, in quanto male supremo, [che] è sempre stato l’ossessione di coloro che detengono il potere economico, lo spettro che minaccia la ragione stessa del loro privilegio di classe e del loro status superiore.[…] L’anticomunismo è un utile strumento di mobilitazione del popolo contro un nemico e poichè si tratta di un concetto sfuggente, può essere usato contro chiunque invochi scelte politiche che minacciano gli interessi della proprietà. Esso quindi è utile per chi intenda frantumare la sinistra e i movimenti sindacali, e rappresenta un efficace meccanismo di controllo politico“. Le ragioni che portano Chomsky a scrivere questo, ha radici più profonde di quanto un accostamento al modello italiano non facciano pensare. In un contesto statunitense in cui una minaccia di “comunismo” poteva costare cara, ha sicuramente più efficacia come meccanismo di controllo rispetto all’insistenza italiana con cui viene evocata. La cosa più inspiegabile però è come un simile comportamento abbia attecchito nel nostro paese che a differenza degli USA ha sofferto la pessima “compagnia” dell’estremismo opposto. Inoltre gli Stati Uniti sono una superpotenza che ha diviso il mondo in una contrapposizione per un controllo globale, di cui l’Italia poco ha risentito al livello di “odio politico”. La minaccia comunista però paventata da Berlusconi ha prodotto molti frutti socialmente parlando, innestandosi nei suoi sostenitori di tutte le classi sociali ed età che come scorgono in qualcuno un atteggiamento diverso dal loro rispetto ai temi politici non hanno altri argomenti se non la Berlusconiana invettiva che grida “comunista!”.
A tal proposito vedete come Fabio Volo chiarisca le poche e non originali idee di un’ascoltatore non di primo pelo che usa lo spettro del comunismo per il solo sentito dire.

Anche qui i commenti lasciano ben poco all’immaginazione:
Gekkos: Fabio Volo sei un porco comunista.
Diobellali: Un po’ come quella troia infetta di tua madre 🙂 (immagino riferito a Gekkos)
Gekkos: Speriamo ti venga un bel cancro al cervello presto, porco comunista.

I commenti su youtube, non sono naturalmente da prendere come una dichiarazione legale del pensiero dell’autore degli stessi. Stessa cosa vale per gli interventi su Facebook, che teoricamente ha la funzione della piazza (virtuale) e che come tale riporta i commenti scritti di getto, cosìccome lo sono le parole dette parlando con gli amici. Se la libertà di parola e di pensiero sono ancora valide, meno lo è la libertà di scrittura, che in questo caso viene a sovrapporsi in quel moderno ibrido che è internet. E’ pertanto un errore di interpretazione cercare di equiparare l’aleatorio messaggio sulla rete con il definitivo commento sulla carta stampata che obbedisce a regole ben precise.
Ovviamente rispetto a questo aspetto teorico c’è una profonda ignoranza, come dimostrato dalle continue affermazione del ministro Maroni, che ad ogni affondo su Berlusconi minaccia la chiusura proprio di Facebook, che ha lo svantaggio di essere il social network più frequentato e quindi più in vista di tutti.

Dal predellino mediatico di Matrix si nasconde dietro vaghe parole come “iniziative tecniche che stiamo studiando“, che altro non sono che una attenta ricerca dei modi di zittire le voci contrarie alle loro.
Internet infatti è lo strumento/mass medium più incontrollabile, e la mancanza di un corto guinzaglio da tirare quando più fa comodo mette a disagio i signorotti che poco amano la contestazione e la libertà di pensiero in genere.
L’occasione dell’attentato di Tartaglia a Berlusconi viene quindi sfruttata per una battaglia a 360 gradi sul dissenso, che viene però chiamato “clima di odio”, gridando ai quattro venti che dietro l’azione di un singolo (quanto pazzo sia non importa) ci sono ovviamente dei mandanti.

Allora, noi che ci occupiamo di cinema lo sappiamo bene che Tartaglia non può aver agito da solo. E’ bene che anche Maroni sappia che dietro i Tartaglia c’è Don Barrese.

Il Direttore, Giansignore Merendini

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~ di giansignoremerendini su dicembre 17, 2009.

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