23/05/2010

A quasi due anni dal nostro ultimo post siamo pronti per ricominciare.
Abbiamo così tanti argomenti da recuperare che… non li recupereremo.
Ci siamo persi le premiazioni degli ultimi festival di cinema più importanti, abbiamo ignorato le fantastiche inventive pubblicitarie tra il momento di percezione di crisi e l’assoluta certezza che questa crisi avrebbe cambiato il nostro modo di intendere il panorama circostante.
Abbiamo purtroppo perduto le mirabilie del mondo politico mentre si a affannava rimanere a galla a dispetto della propria incompetenza, e, cosa imperdonabile, abbiano perso il momento in cui il gigante della comunicazione italiana ha dovuto abbandonare, anche se forse solo momentaneamente, lo scranno di puro privilegio che usava come scudo spaziale.
Come è stato possibile che tanti professionisti della comunicazione e affini abbiamo lasciato che importanti pezzi della storia sociale, comunicativa e dell’ingegno  passassero inosservati sotto il loro sguardo ormai spento?
La risposta è 23/05/2010. Una data lontana eppure ancora così vicina.
Cercando questa data su google, si troveranno link per la Gazzetta dello sport, per Report, collegamenti a un raduno di BMW a Modena, o informazioni sulla 12° puntata di “tutti pazzi per amore 2”, ma questo non vuol dire che sia la verità.
La verità è che il 23 maggio 2010 si conclude con disonorevole indecenza quella che poteva e sembrava essere fino ad un certo punto la serie televisiva più interessante di sempre.
Domenica 23 maggio di due anni fa andava in onda sulla ABC statunitense con una doppia puntata l’indegna conclusione di 6 anni di Lost.
Il fenomeno del fandom e più in generale la passione per un prodotto nuovo e capace di rivoluzionare l’ambito dell’intrattenimento (che sia la Wii nel campo dei videogiochi, l’iPhone nel mondo smartphone, Matrix nella sfera cinema o appunto Lost nell’habitat delle serie tv) possono essere sentimenti piuttosto forti, che tendono a impossessarsi di quell’area che nella società moderna sempre più spesso concorre a definire l’identità di un individuo. Affermazione che può sembrare pesante a primo impatto, ma che, per chi ha esperito questo tipo di legame, ad un’analisi poco più che superficiale si rivela immediatamente vera.
Mi riferisco naturalmente al mondo occidentale che organizza il tempo dei suoi piccoli elementi costituenti, detti persone, in lavoro e tempo libero.
Il lavoro offre un primo livello di identità, che è quella pubblica, riconoscibile e funzionale nelle relazioni col prossimo in una dimensione superficiale di conoscenza, che esaurisce la sua missione all’interno di una serie di canoni prescritti e sottintesi che non contemplano rinegoziazioni di individualità nella circoscritta giurisdizione lavorativa.
Questo è quando si dice: “io non sono il mio lavoro”.
Non rimane quindi, all’individuo schiavo del capitale, se non il cosiddetto tempo libero per ridefinire la propria identità a svantaggio di quella contrattualmente affibbiatagli, nella quale consapevolmente o meno dirige le sue attenzioni, per i più disparati motivi, in azioni o cose che ne strutturano la soggettività.
Se infatti come venditore di panini non posso esimermi dal vendere panini, perché altrimenti non avrei i soldi per mangiare i panini, nel tempo libero ho invece facoltà di scegliere quello che mi interessa perchè non vincolato ad obblighi contrattuali.
L’intrattenimento quindi, nella misura in cui ha in forza il nostro tempo libero, essendo espressione di scelte libere diviene anche artefice della nostra identità. Questo crea un’affezione con l’oggetto del nostro intrattenimento che può essere uno sport, così come può essere appunto una serie tv.
Non è un caso che film che incontrano i favori di un vasto pubblico o fortunate serie tv siano detti oggetti di culto. Culto in questo caso è parola mutuata naturalmente dal contesto religioso, che storicamente è stato uno degli attori più forti nella definizione identitaria del singolo individuo o di un intero popolo.
Trovarsi quindi a “contatto” con Lost ha suscitato in molti un rispetto al limite del religioso che ha creato un legame di affezione se non profondo, quantomeno concorrenziale nella ridefinizione identitaria del sè nella misura in cui la passione per gli enigmi e i temi trattati ha occupato il “sacro” tempo libero al di là della pura visione dei 42 minuti di ogni episodio.
Ora, immaginate che un convinto cattolico che crede ciecamente nella Chiesa e spende il suo tempo libero nell’assoggettarsi ai dettami di un organismo che egli crede diretta emanazione del Signore, scopra tutto d’un tratto che gli stessi uomini che predicano la parola di Cristo commettano criminali atti libidinosi nei confronti di inermi e innocenti bambini che si suppone debbano invece educare.
Ora sostituite il convinto cattolico con il fan, e la Chiesa con la serie tv oggetto di culto. Ma soprattutto rimpiazzate i bambini con l’innocenza e l’ingenuità che uno spettatore offre disarmato mediante la “sospensione dell’incredulità” che gli permette di accettare per vere tutte le premesse e le conseguenze che si suppone alla fine lo premieranno cosiccome un cattolico accetta tutte le regole e le restrizioni della sua religione in fremente attesa del Paradiso dopo l’inevitabile trapasso.
Scoprire che non c’è nessun punto d’arrivo, e che tutti dogmi che si è accettati per anni non erano altro che sconclusionate parole ottenebranti menti al solo scopo di immagazzinare ricchezza (ciò è valido sia per la Chiesa che per Lost) è un abisso di frustrazione e delusione da cui la redazione di “Com’è quel film” è riemersa, e ora con occhio un po’ meno innocente (non in senso estetico) e con più feroce cinismo osserverà il panorama mediatico per riportarvene una fedele fotografia virata nei toni della convinzione.

Giansignore Merendini

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~ di giansignoremerendini su gennaio 26, 2012.

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