L’uomo che fissa le capre

•marzo 18, 2010 • Lascia un commento


Sembra una commediola

ventilandosi la gola

Consigliato a chi ha finito i lassativi
Sconsigliato a chi può scegliere

Annunci

Italian Activity

•febbraio 9, 2010 • 2 commenti

Ci siamo sbagliati. Nel nostro post Paraprassic Activity avevamo ipotizzato che a causa della banale pubblicizzazione e del ritardo con cui arrivava in sala, Paranormal Activity non avrebbe raggiunto grandi incassi. Ci siamo sbagliati di grosso. Abbiamo sottovalutato l’enorme potere del passaparola.
Nel primo fine settimana di programmazione nelle sale italiane infatti il nuovo film di Oren Peli ha già guadagnato 3.669.000 € (fonte MyMovies), piazzandosi secondo tra i più visti in sala.
Curioso che Oren Peli abbia incassato “solo” i 300.000 $ dei diritti che la Paramount ha speso per acquistarlo. La major ha poi investito circa 10 milioni per una campagna pubblicitaria che come abbiamo già detto si è rivelata molto efficace.
Ora, nel nostro paese della politica delle minacce arriva un’altra insperata manna dal cielo per questo brillante horror movie.
Quelli che sono andati a vederlo infatti si sono accorti che PARANORMAL ACTIVITY FA DAVVERO PAURA.
I maggiori quotidiani nazionali di oggi riportano la notizia: “Paranormal fa troppa paura. Mussolini ‘va vietato ai minori” (La Repubblica) e “Paranormal Activity, malori in sala e accuse” (Il Corriere della Sera).
Difatti pare che il nostro pubblico, ormai abituato a “horror-panettoni” in stile The Grudge, Hostel, o Saw non regga la tensione di fronte ad un vero film dell’orrore che non è tale solo nel nome.
Su Repubblica si legge: “Secondo il presidente del Codacons, Carlo Rienzi: “I minorenni che in questi giorni hanno subìto effetti legati alla visione del film, quali attacchi di panico, tremori, vomito, stato di choc eccetera, potrebbero richiedere il risarcimento dei danni in Tribunale“.
Tremori? Vomito? Stato di choc? Mancano problemi di minzione e rush cutaneo e verrebbe catalogato come virus di livello 4.
Il Corriere del Mezzogiorno riporta anche “Il caso più grave […] di una ragazzina di 14 anni che, in evidente stato catatonico, è stata portata in ospedale“. Anche lo stato catatonico.
Quanti anni era che un film non provocava effetti neurovegetativi? Si vocifera che a Guantanamo lo usino per estorcere le confessioni ai prigionieri. In Italia intanto si è acceso un dibattito tra personalità di un certo spessore e una di certa levatura morale.
Alessandra Mussolini, il cui cognome dovrebbe spingerla ad un voto del silenzio perpetuo, si erge a paladina dei più deboli (quelli che lei in cuor suo chiama ancora balilla) rivolgendosi al brillante Ministro della Cultura Sandro Bondi chiedendo come mai il film non sia stato vietato ai minori. La richiesta è legittima perché in effetti un bambino di 12 anni (che in generale è molto impressionabile) può venire turbato non poco dal terrore psicologico che dal film scaturisce. Il punto è che per coerenza è la stessa Mussolini che andrebbe vietata ai minori. Notate l’equilibrio di questa personcina che nel dichiarare “meglio fascista che frocio” dimostra tutta la sua profondità.

Un appello alla censura che venga da un tale pulpito fa sorridere anche i meno sorridenti.
Come riporta il Corriere “l’esponente del Pdl spiega infatti che si tratta di un «film ad alto contenuto ansiogeno e non vietato ai minori, che sta provocando numerosi casi di attacchi di panico e di problemi psicologici tra i giovani»”. Che inventio, che dispositio e che elocutio!
“I giovani sono a rischio!” “Problemi psicologici!”. Non mi pare di aver sentito la mussoliniana voce lamentarsi dei problemi psicologici derivanti da una prolungata visione di Canale 5. Forse perché ha preso la residenza nell’ammiraglia Mediaset e non è educato sputare nel piatto in cui si mangia. Fatto sta che gli appelli, anche se a volte giusti, arrivano sempre dalla parte sbagliata.
Ma il Corriere della Sera ci delizia anche con un’altra autorevole opinione, quella del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, di cui nel seguente filmato possiamo ammirare la compostezza e la moderazione, oltre ad una sobrietà accomodante che invoglia ad un costruttivo dialogo in merito agli argomenti trattati.

(Corriere) LA RUSSA: «STOP AL TRAILER IN TV»  – Sulla vicenda si è espresso anche il ministro della Difesa che ha chiesto di vietare il passaggio del trailer del film in tv, almeno nelle fasce non protette e che comprendono un pubblico di minorenni. «Ho visto mio figlio che aveva paura di quello spot, di quel trailer passato in tv – ha detto Ignazio La Russa. La tv dice tante parole, si fa un gran parlare di fasce protette, di programmi e poi infilano in una fascia oraria “frequentata” da bambini 10 trailer di quel film, che poi credo facciano più paura del film stesso».
Naturalmente, ben lungi dal vedermi censore di tali illuminate opinioni, vorrei argomentare una debole critica. Non metto in dubbio che la prole di La Russa abbia paura del trailer di Paranormal Activity, ma la citazione del Ministro termina conclude con una conclusione logica errata perché basata su premesse non vere dettate dalle sue esperienze precedenti. Infatti dire che “credo che il trailer faccia più paura del film stesso” dimostra una certa assuefazione a quel fenomeno che abbiamo visto nel post precedente, per cui spesso un horror-movie viene reclamizzato tramite un trailer montato ad arte che racchiude tutte le scene più ripugnanti del film, cosicché il prodotto intero spesso risulta un annacquato trailer di 2 ore in cui gli unici momenti horror sono quelli presenti nel filmato pubblicitario. Non è certo questo il caso, in quanto ribadiamo che la potenza di Paranormal Activity sta nel riuscire a generare un’angoscia continua nello spettatore senza avvalersi di banali trucchetti. Com’è possibile indurre l’orrore fondato su tale presupposto con un trailer di 2 minuti?
Ma quel che mi stupisce è che La Russa junior, estremamente impressionato da questo trailer non lo sia altrettanto da quello di Saw VI, o di Hostel 2 o di The ring.
Parla di fasce protette il ministro.
Qua sotto pubblico un filmato della fascia protetta sulla televisione del suo padrone:

Sicuramente il figlio non ne sarà terrorizzato. Anzi. Ma non mi sembra che l’impavido difensore di simboli, si lamenti di quanto il clima televisivo nazionale offenda di continuo i precetti che proprio quel simbolo rappresenta. E l’ “onorevole” Mussolini si preoccupa per i danni psicologici di un film piuttosto che di un bombardamento mediatico del regime televisivo che da 10 anni a questa parte educa a varie nefandezze.
Evito di proporre esempi. Basta accendere la televisione su un qualunque canale, proprio nelle cosiddette fasce protette.
Inoltre, sempre sul Corriere della Sera troviamo un capolavoro di cafonaggine del critico cinematografico Mauzio Porro che vale la pena citare: “La pochezza espressiva del tutto è lampante, primo perché ricalca molte storie simili, poi perché la ripetitività regna sovrana. I due coraggiosi attori scelti con un annuncio, Katie Featherston e Micah Sloat, hanno affrontato la prova forse con psicofarmaci (il comodino non è ben inquadrato). Litigano da invasati, ma la sceneggiatura non permette gran che: lei non fa che dire Oh mio Dio, lui sintetizza con la famosa espressione nazional popolare con due zeta, ma coniugata in più inflessioni, sussurrata, gridata, chiosata“.
Il signore che scrive parla di “pochezza espressiva” e poi due righe dopo non sa far meglio che ricorrere a rozzezze del tipo “i due attori hanno affrontato la prova forse con psicofarmaci”, seguito da un tristissimo tentativo di battuta tra parentesi.

Con questi piccoli esempi possiamo concludere che la “pochezza”, non solo espressiva ma soprattutto umana, ci circonda ovunque costantemente, ma Paranormal Activity in quanto piccolo capolavoro contemporaneo ne è indubbiamente estraneo.

Giansignore Merendini

Paraprassic Activity

•febbraio 5, 2010 • Lascia un commento

Come ormai siamo abituati, con un massiccio ritardo rispetto ai paesi normali, esce domani nelle sale italiane Paranormal Activity, horror-movie degno di questo nome, che nel nostro paese otterrà incassi che neanche La storia del cammello che piange.
La strada che ha portato questo film a very low budget (15.000 $) nelle sale di tutto il mondo inizia nel 2007, anno in cui viene girato da Oren Peli (regista debuttante di origine israeliana). Anche prima, se consideriamo che lo stesso Peli ne aveva iniziato la scrittura da qualche anno. Realizzato con un troupe ridotta all’osso: 4 attori di cui due protagonisti (Katie Featherston e Micah Sloat), un direttore della fotografia (Rodney Gibbons), un esperto di vfx (David Barbee) e un compositore per la colonna sonora (Mark Binder) il film viene presentato il 14 ottobre 2007 allo Screamfest Film Festival, una piccola competizione di film dell’orrore che si tiene ogni anno al Chinese Theatre su Hollywood Boulevard. Lì Oren Peli conosce un agente che lo aiuta a portare la “pellicola” (termine usato qui in maniera non letterale, perché girato in digitale con una mdp semi-pro) allo Slamdance F.F., importante festival internazionale del cinema indipendente (dello Utah) che si svolge contemporaneamente al suo omologo più famoso, il Sundance F.F. Quale di queste debba essere la rassegna che maggiormente rappresenta il cosiddetto “cinema indipendente” è oggetto di contesa; fatto stà che queste competizioni si traducono spesso in vivai per le grosse majors alla ricerca di prodotti già realizzati da sfruttare, esercitando il grosso potere di distribuzione nei circuiti delle sale cinematografiche.
La Dreamworks infatti lo acquista (al tempo controllata dalla Paramount Pictures), e dopo la vendita della Dreamworks Animation al gruppo indiano Reliance, Paranormal Activity rimane per così dire in eredità alla Paramount che ritenendolo un valido prodotto (già Spielberg l’aveva notato e indirettamente pubblicizzato) lo lancia in 13 città universitarie (USA) nel fine settimana del 25 settembre 2009. 13 città sono poche, ma la major sa bene che il passaparola tra i giovani studenti è più efficace del viral marketing.
La Paramount suggerisce però a coloro che volessero una proiezione nella loro città di segnalarlo sul sito eventful.com, promettendo che qualora registrasse un milione di richieste, la distribuzione del film avverrebbe su scala nazionale.
La proiezione in tutti gli USA è cominciata due settimane dopo: il 16 di ottobre.
La questione è interessante già per due versi: innanzitutto perché (a memoria della nostra redazione) è il primo caso in cui sono gli spettatori a decidere dove verrà proiettato il film.
Secondo, perché finalmente le majors cominciano anche loro, nella loro singolare ristrettezza di vedute, a comprendere il potere della rete adoperandolo a loro vantaggio. Piuttosto che piangere, lamentarsi e minacciare cause milionarie contro il P2P-er, farebbero bene anche gli altri grossi Studios ad accettare il cambiamento dei tempi e abbandonare la zavorra neocon che li contraddistingue da sempre e che ha portato quasi alla rovina i loro colleghi discografici per analoghi motivi.
Paramount Pictures non è però un covo di sprovveduti e l’eccentrica campagna web è stata accompagnata (una volta decisa la distribuzione nazionale) da un altrettanto anomalo trailer che invece di mostrare le immagini del film ricostruendone bambinescamente la storia, esibisce la reazione del pubblico in sala durante la proiezione.

Geniale.
Il trailer ufficiale della Filmauro, che ne ha acquistato i diritti per la distribuzione in Italia, si incasella invece nel solito solco della banale ricostruzione del film con poche “paurose” scene intervallate da frasi in sovraimpressione presumibilmente (perchè tra virgolette) estrapolate dai giornali, come: “il film più terrificante e spaventoso dell’anno“, “non riuscirete più a dormire“, “un terrore profondo“, “l’esorcista dei nostri giorni“, “agghiacciante“.
Come da clichè questo dozzinale e allegramente pedestre trailer si conclude con la frase: “Paranormal Activity: il film che ha terrorizzato l’America“.
A questo punto mi pare che non sia più un merito provocare emozioni in un’America che ad ogni film è “sconvolta”, o “terrorizzata” o “agghiacciata” o “allarmata” o “turbata”.

Capisco che sia difficile innovare, ma questi neanche ci provano. Paranormal Activity è un prodotto atipico, strano e al di fuori della normale logica del marketing commerciale. Sarà necessario mantenere una linea di continuità o quantomeno di coerenza con queste sue proprietà ontologiche? Macchè. Le cose, anche in questi piccoli casi, anche in queste piccole cose, in Italia sono fatte “a cazzo di cane“.
Guardate una parodia del trailer horror realizzata da un acuto videomaker già un anno fa. Ha la struttura simile al trailer italiano in oggetto, ma è forse più accattivante sia visivamente che contenutisticamente:

La qualità non è certo il marchio distintivo della Filmauro che annovera tra le sue produzioni capolavori del calibro di Natale in crociera, Natale a New York, Il mio miglior nemico, Le barzellette, Mambo italiano, Christmas in love, e Natale a Beverly Hills.
E’ normale quindi che nella realizzazione del trailer il tratto dominante sia la fiacchezza: l’intercalare scritto tra le scene del film, quando non millanta un’america terrorizzata, farnetica: “il film più terrificante dell’anno” senza considerare che l’anno è iniziato soltanto da un mese. Impressionante.

In apertura abbiamo ipotizzato un flop commerciale di Paranormal Activity nelle nostre sale, derivante non dai demeriti della pellicola (veramente pochi) ma da scelte pubblicitarie e distributive sbagliate. Come già detto, il trailer italiano non intriga il pubblico più di quanto non faccia quello di un qualsiasi altro horror-idiota-movie come Drag me to hell. Ultima pellicola di Sam Raimi, che più che paura provoca imbarazzo per tutti coloro che hanno partecipato all’ esecuzione del film, dalla prima attrice all’ultimo aiuto microfonista.

Il video pubblicitario di Drag me to hell denota un minimo di impegno da parte dei realizzatori che se non altro si sono impegnati nella veste grafica dei titoli anche se il contenuto è paralizzante (sempre dall’imbarazzo); si legge infatti: “quest’anno – assisterete – al ritorno – del vero horror“. Per carità.
Il film in realtà è un’iperbolica buffonata-schifo-splatter e il punto è proprio questo. I due trailer non aiutano lo spettatore a capire quale dei due film valga la pena vedere. Anzi. Drag me to hell che può vantare uno spropositato budget a servizio di una storia baggiana corre il rischio di attirare più spettatori nelle sale, grazie ai suoi effetti speciali acchiappa-mosche, di quanto non riesca Paranormal Activity che fonda la sua potenza sulla pressione psicologica costante per quasi un’ora emmezza.

La seconda causa dell’astensione nelle sale che proietteranno il film è il ritardo con cui esso arriva in Italia. Basti pensare che il sito ufficiale del film (http://www.paranormalactivity-movie.com) ha già da tempo aperto la vendita in DVD, Blu-ray o Digital Download. Senza tener conto che già un mese fa sui circuiti P2P era disponibile una versione in alta qualità della “pellicola”, completa di sottotitoli in italiano.
E vedere questo film in lingua originale non è certo faticoso: pochi dialoghi, e per giunta in un inglese comprensibilissimo, rispetto alle normali storpiature slang americanoidi. Il doppiaggio italiano non potrà che cercare di eguagliare la tensione delle sfumature originali. Non potrà certo fare di più. Il pericolo è comunque, sempre quello di sentire le solite 3, 4 voci comuni a 10.000 film, che non aiutano l’immersione nel documentario che pretende una forte aderenza con la realtà.

Paranormal Activity in ogni caso, doppiato o non doppiato è formidabile. E’ un film dell’orrore che fa paura. In questi mesi è stato spesso paragonato a Blair Witch Project caso analogo, che nel ’99, con pretese documentaristiche (ma anche in quel caso trattavasi di mockumentary) cast e troupe striminziti, e un costo di produzione di soli 60.000 $ ebbe un enorme successo al box office. I dati parlano da soli: a fronte di una esigua spesa di produzione B.W.P. incassò quasi 250 milioni di dollari (248,639,099 $ fonte boxofficemojo) di cui 140 sul mercato interno. Ora il film di Oren Peli gli ruba lo scettro di film più remunerativo della storia che con soli 15.000 $ (altre fonti riportano solo 10.000 $) ha già incassato oltre 140 milioni $ (142,390,115 $) di cui 107 nei soli USA.

Non è un colpo di fortuna, perchè è uno dei pochi horror che innova per sottrazione. Allo stesso modo di Blair Witch Project è girato con camere a spalla, ma dove nel film del ’99 le mdp erano 2, ora è solo una tenuta quasi sempre da Micah (il ragazzo). Quando è Katie a tenerla si nota subito la differenza di mano: meno stabile, più insicura e traballante.
Inoltre la strategia della tensione è giocata quasi tutta su rumori off (fuori campo), sulle inquietanti attese e i piccoli ma efficaci effetti speciali: economici ma invisibili. Eccellente una delle ultime scene. Siamo ancora qui a chiederci come siano riusciti a realizzarla con un così basso budget.
Il tutto è recitato perfettamente e non si fatica a immedesimarsi nei giovani protagonisti. Ed è stato girato in una settimana. Incredibile.
Questo film è la dimostrazione che i soldi non sostituiscono il talento. Drag me to hell e oscenità simili non fanno altro che bruciare soldi per uno spettacolo adatto forse ai piccini delle elementari, o ai ragazzini delle medie che guardandolo in gruppo in una stanza buia possono spaventarsi a causa di un rumore improvviso in parallelo ad una immagine ripugnante.

La sozzura in stile Hostel auspichiamo che venga soppiantata nel mercato da piccoli gioielli come questo Paranormal Activity che, sebbene non accontentino quella modesta e immatura fascia di pubblico che rabbrividisce per ridicoli effetti splatter da milioni di dollari, almeno appagano quella grande fetta di spettatori che ama la tensione e preferisce vedere un film piuttosto che subirlo.

Giansignore Merendini

LA X

•febbraio 4, 2010 • Lascia un commento

La lettura di questo post è sconsigliata a chi non abbia ancora visto l’episodio 6×01 LA X

Finalmente è cominciata. Il doppio episodio intitolato LA X, che sancisce il cosiddetto “inizio della fine”, come nella migliore tradizione di Lost stupisce gli spettatori con l’introduzione di prospettive inedite e insospettabili: realtà parallela e isola sott’acqua??
Di certo che quest’ultima stagione deve dare una decisa risposta a tanti di quegli interrogativi che neanche queste due nuove puntate hanno minimamente risolto. Si continua infatti apparentemente per addizione a disorientare lo spettatore che può solo fare qualche congettura più o meno confutabile. La regia è affidata all’ottimo Jack Bender, che ormai firma così la direzione del suo 35° episodio di Lost, senza contare i 13 “webisodes” di pochi minuti ciascuno Lost: missing pieces. Questi ultimi consistono in brevi frammenti di materiale (presumibilmente scartato al momento del montaggio finale degli episodi ufficiali) ri-editati in modo tale da costituire micro-racconti da dare in pasto ai più accaniti fan di Lost che così vi possono vedere piccole coincidenze o striminzite spiegazioni (che acquistano valore solo con il senno del poi).
Segnaliamo il primo webisode intitolato The Watch (sottotitolato in italiano) da cui risalire facilmente ai frammenti successivi.
In ordine ai contributi collaterali che la attivissima produzione di Lost sparpaglia per il web, su segnalazione di una nostra lettrice vi consigliamo di dare uno sguardo ad un eccezionale “mockumentary” (finto documentario) che si occupa della Dharma Initiative. Intitolato Mystery Of The Universe, è diviso in 6 parti, di cui vi segnaliamo le versioni sottotitolate in italiano (01 – The Dharma Initiative – sub ita).

La finta trasmissione che pretende di essere un reperto anni 80 dell’archivio ABC (il network che manda in onda Lost), si vuole inserire in quel piccolo cosmo costituito dagli audiovisivi dimenticati e a cui neanche internet spesso può accedere. Difficile sarebbe quindi una verifica di un materiale di 30 anni fa che così, facilmente ad un primo sguardo ottiene lo statuto di credibilità che contribuisce alla fascinazione dello spettatore. Con una post produzione che imita un VHS rovinato, le immagini volutamente generiche e banali, godono palesemente di un montaggio trito e abusato. La voce over ricalca i narratori alla Twilight Zone (Ai confini della realtà) e in poche puntate costruisce una plausibile ricerca che ha messo in luce l’esistenza di un’organizzazione segreta chiamata The Dharma Initiative.

E’ stata creata una mitologia moderna grazie ad un costante lavoro negli ultimi sei anni. Tutto ciò che riguarda Lost ha ottenuto infatti un’aura (nel senso benjaminiano del termine) che non sarà replicata per molti molti anni da nessun altro prodotto d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Giansignore Merendini

LOST anteprima

•febbraio 1, 2010 • Lascia un commento

Domani 2 febbraio 2010, la statunitense ABC trasmetterà la prima puntata della sesta ed ultima stagione di Lost.
In attesa di vedere  primi due episodi (cogliamo l’occasione per ringrazia Itasa e Subsfactory) vi segnaliamo l’anteprima di 4 minuti che riprende i due minuti finali della chiusura della 5° stagione e l’incipit della sesta in cui si capisce che tutto è cambiato.

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Parnassus

•gennaio 30, 2010 • 1 commento


Quando un film è una cagata è bene ammetterlo. E questo film è una vera cagata. Con tutte le giustificazioni del caso, visto che il formidabile protagonista Heath Ledger è deceduto a metà delle riprese, questa pellicola ha comunque tanti di quei difetti da meritare una decisa stroncatura.
L’unica cosa per cui vale la pena vederlo,è l’interpretazione di Ledger che rappresenta l’unico fulcro di interesse del film. La sua recitazione è talmente magnetica che quando scompare dal film si sente un vuoto pesantissimo. Ma a parte questo il resto degli attori non brilla, anzi, alcuni fanno decisamente schifo. La trama è sconclusionata, supportata da una sceneggiatura estremamente banale e dozzinale. Le premesse del plot sono interessanti, ma non vengono sviluppate. In più lo stile del regista ha un po’ seghettato le palle. Gilliam è riuscito a girare dei capolavori davvero brillanti (L’esercito delle 12 scimmie -1995; Paura e delirio a Las Vegas – 1998) ma ha realizzato anche delle inguardabili schifezze, ma mai rinunciando alla deformazione visiva di un grandangolo in semisoggettiva, o altre alterazioni visuali ormai divenute la sua cifra stilistica.
In ogni caso la critica ha accolto abbastanza bene il film, forse per un implicito rispetto verso l’ultimo film girato da Ledger, bypassando l’incredibile inconsistenza della pellicola con l’aggettivo “onirico”: è bene sapere che quando un critico cinematografico definisce un prodotto “onirico” in realtà vuol dire: “che cagata pazzesca. Ci sono tante di quelle idiozie che l’unica spiegazione che posso darvi è che siamo in un sogno, e se qualcosa vi fa schifo è solo perchè non l’avete capita”.
Parnassus ci ha però lasciato qualcosa di buono: il trailer

Questa è la vera arte del trailer. Ti fa venire voglia di vedere il film. Prende tutte le sequenze più immaginifiche e accattivanti e le rimonta in un minuto emmezzo di follia, che stravolge il senso del film e lo fa sembrare un epico capolavoro colossale. In realtà il trailer è molto più bello del film che a tratti imbarazza per quanto sia recitato coi piedi, e (almeno nella versione italiana) doppiato con il culo.

Consigliato a chi è riuscito a guardare fino alla fine I banditi del tempo (T.Gilliam ’81), Brazil (T.Gilliam ’85) e Le avventure del Barone di Munchausen (T.Gilliam ’88) e non ha riportato danni cerebrali.
Sconsigliato a chi si aspetta quello che il trailer promette.

Avatar, e le rane dello stagno

•gennaio 19, 2010 • Lascia un commento

Giovedì 15 gennaio 2010 è uscito nelle sale italiane, con notevole ritardo rispetto a quelle dei paesi normali, Avatar, il film più atteso da 6 mesi a questa parte. Da quando con i primi trailer si è stimolata l’aspettativa del pubblico e poi con il passaparola dei dettagli di produzione, Avatar è cresciuto nella mente dei futuri spettatori, prima ancora che ci convincessero che di lì a pochi mesi saremo andati a vedere il film che registrava una data storica nella storica storia cinematografica. Sull’onda di un immaginario collettivo fertile alla ricezione di un massiccio indottrinamento mediatico, i mezzi di comunicazione hanno amplificato il piano marketing della potentissima FOX che avendo speso per la realizzazione del film una cifra che (secondo le fonti internet) varia tra i 240 e i 350 milioni di dollari, ne ha sborsati altri 150 per la sola promozione. Quando un colosso economico spende l’equivalente del PIL delle Isole Marshall per dire che un suo film va visto, la rete dei media mondiali va in fibrillazione e mistifica in poco tempo qualcosa che l’aura se la dovrà guadagnare sul campo. Incensare Avatar, è stato perciò il passatempo preferito di addetti e non alla sfera cinematografica negli ultimi mesi. Si è creata così un’attesa e un’aspettativa che se può fare bene all’esito del box office, tende però a produrre un gran numero di “delusi” che, avendo già deciso che quello che sarebbero andati a vedere sarebbe stato il più bel film (almeno) degli ultimi 10 anni, non sono in grado di escludere dal giudizio la tara delle loro esagerate aspettative. Tra i motivi di sperticata lode ci sono le già citate cifre di produzione, il ritorno di Cameron, dopo il ciclopico successo con Titanic, e la promessa di una meravigliosa tecnica in 3D che avrebbe reso obsoleto il modo di intendere il cinema prima di esso.
In più ieri, alla 67° cerimonia dei Golden Globe, Avatar ha vinto i due premi più importanti: Miglior film drammatico e Miglior regista. I titoli dei giornali riportano: “Avatar trionfa, Baarìa a mani vuote” (Panorama.itRepubblica.it), come se ci fosse stata una minima competizione con gli altri film in gara. Infatti Baarìa del “per molto dimenticato” Tornatore, in gara come Miglior film straniero ha già avuto la sua piccola gloria entrando in nomination. Forse neanche quella è merito suo, ma delle pressioni della tentacolare produzione Medusa che in quanto a promozione cinematografica non ha niente da imparare dalla colossale 20th Century Fox. Da anni la Medusa ha infatti deciso di investire sul “baarìota” Giuseppe, inaugurando la collaborazione con il praticamente ignorato Malèna nel 2000. 6 anni di tempo per rilanciarlo con La sconosciuta, questa volta pesantemente reclamizzato e quasi diventato un caso “d’essai” a causa di una mal’indirizzata insofferenza verso il sistema clientelare dell’olimpo nelle cerimonie cinematografiche di spessore. Ben sfruttata dalla Medusa che ha pensato di camuffarsi da “la Fandango dei ricchi”, mettendo a frutto ora una fama propria e del regista che molto devono proprio a questa strategia. Baarìa è stato perciò percepito (immagino solo qui in Italia) come un epico film preferibile per certi versi anche a polpettoni tecnicamente fastosi ma poco profondi come Avatar.

Ovviamente questo sottotesto, che credo sia solo una mia impressione, è una pura deformità del reale e ben mi guardo dal supporre che l’intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (notare quante maiuscole -di cartone- vadano nei nomi dei ministeri) e della Regione Sicilia altro non siano che solito spreco di denaro pubblico. Medusa (azienda ricca ricca) prende gli aiuti di produzione dal Ministero (di uno stato sempre più povero): sicuramente il film è di grande interesse culturale. A parte le solite qualunquiste (perche frutto di generico sospetto e non di prova) illazioni che mi trovo a suggerire voglio però accompagnarvi in una strada spesso in ombra nel campo del cinema.
Anche a pensarla in sillogistica maniera è facile vedere come ci troviamo di fronte al classico problema del cinema italiano.
– Il cinema italiano è sempre la stessa schifezza dei Vanzina (tratteremo in un prossimo post la generalizzazione “Vanzina” come per “cinema di merda”)
– Si perchè questi sono gli unici film in cui le produzioni investono perchè incassano sicuramente
– Allora bisogna sostenere il cinema “di nicchia” (inteso per “non diretto dai Vanzina” anche se poi i finanziamenti, come è successo quest’anno, vanno al suo omologo Neri Parenti)
– Bene, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (che tramite una commissione spesso parziale o nel migliore dei casi capziosamente parziale) ha il dovere di finanziare le forme della settima arte che nobilitano il popolo ma vuotano le tasche.
– Alla fine i film sovvenzionati sono tuttaltro e fanno cagare e il cinema italiano è sempre la stessa schifezza dei Vanzina

Se infatti Baarìa non fosse di “interesse culturale” in senso assoluto, una prospettiva relativista ne farebbe subito apprezzare anche i pregi più nascosti. Nella lista dei capolavori foraggiati dalle nostre tasche troviamo titoli che mezzo basta per capire quale oscura stagione ancora attraversi il nostro cinema. Preoccupazione, questa, di fallace stampo nazionalista che vede il cinema nazionale come il simulacro dell’artisticità propria. Accezione positiva che aumenta il valore dell’individuo di tale nazionalità:
Il cinema italiano è bello e intelligente? Allora lo sono anche i suoi creatori, che per sineddochè sono tutti gli italiani.
Retorica del funzionamento cognitivo, applicata all’antropologia di dimensione pratica.
Ue! C’è gente che ci marcia su queste cose! E fa quattrini.
Il cinema, se è bello è bello sia che sia italiano, statunitense, indiano o giapponese.

Far morire una categoria di professionisti, ideatori, e appassionati è però tuttaltra cosa.
Quello che intendo dire, è che il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), che è lo strumento col quale il Governo regola i finanziamenti al mondo della cultura, diminuisce di anno in anno e quei sacrosanti aiuti che prima piovevano a pioggia e oggi ristagnano a pozzanghera, sono controllati da un potere che difetta di competenza, ma-non raffinerà-le capacità-con l’e-sperie-enza. Ovvero, stando in questa situazione la cinematografia nel nostro paese è bella che sepolta.
Una rapida analisi dei dati ufficiali del 2008, pubblicati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali può illuminarci su come i sempre meno soldi messi a disposizione delle attività culturali vadano elargiti con criteri non idonei al nostro mercato. Un esempio ne è il “Contributo sugli incassi”: una sorta di premio per i film che totalizzano i maggiori incassi: lo si fa passare come “incoraggiamento” ma altro non è se non un modo di perpetrare il solito “piove sempre sul bagnato”. Se gli aiuti statali devono andare a quelle idee che necessitano di investimenti per la loro realizzazione perché non ci sono produzioni disposte a rischiare in un mercato stagnante come quello italiano, è un tantino un controsenso elargire somme di denaro come premio per quei film che totalizzano già lauti guadagni al botteghino. Nel 2008 ci troviamo con una situazione in cui su oltre 15 case di produzione infatti il 20,8 % dei contributi è andato alla Filmauro Srl per gli importanti incassi dei suoi titoli di punta: Manuale d’amore 2 (€ 2.328.883 di contributi), Natale a New York (€ 2.373.369) e Natale in Crociera (€1.052.188).

Il secondo posto è di Medusa Film Spa che accumula il 9% dei contributi con La sconosciuta (€ 927.975) e il sagace Olè (€ 1.569.005).
Il terzo posto del podio dei succhiasangue è occupato dalla Cattleya Spa che ci onora di almeno 2 pellicole di grandissimo interesse culturale: Commedia Sexy (€ 1.202.854) e Ho voglia di te (1.052.188).
All’interno del ventaglio delle stupende commedie italiane che tutti noi siamo lieti di finanziare, sempre nel 2008, troviamo Eccezzziunale Veramente Secondo Me che riceve un contributo/rimborso di € 1.274.265 e Il 7 e l’8, protagonisti Ficarra e Picone, con 1.481.680 euro di meritevole “incoraggiamento”.
Un’altra importante clausola che il Ministero prevede come investimento sul cinema di qualità è il “Contributo agli autori”, “destinato agli autori della regia e della sceneggiatura […] in proporzione diretta dell’incasso ottenuto dal film” .www.cinema.beniculturali.it.
Neri Parenti incassa così (lui personalmente) 176.438 euro per aver partorito quel magnifico capolavoro di Natale in India; Carlo e Enrico Vanzina ricevono rispettivamente 61.367 € e 24.547 € per la realizzazione di Eccezzziunale Veramente 2 e Carlo Verdone ben 150.358 € con Il mio miglior nemico.
Tra i lungometraggi che invece hanno superato la rigorosissima verifica che ne giustificasse il Valore Culturale ricevendo così un finanziamento alla produzione, nel 2008, troviamo perle dello spessore de L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi (€ 1.100.000), Ex dell’ottimo Fausto Brizzi (che ci piace ricordare come lo sceneggiatore di Tifosi, Bodyguards, Natale sul Nilo, Natale in India, Christmas in Love, Natale a Miami, Natale a New York, Natale in crociera) con € 1.000.000, e Barbarossa – Il Pugnale e la Corona di Renzo Martinelli che sfrutta i suoi 1.600.000 euro di finanziamento per raccontarci una bella apologia sulla Lega Nord.

E’ quindi evidente come Baarìa in un contesto relativo alle pellicole che in un modo o nell’altro riescono a spillare soldi allo Stato, abbia un grandissimo valore culturale.
La notizia “Baarìa a bocca asciutta” è perciò un modo per dire “ma guarda un po’; con tutti i soldi che questo film è costato, neanche un cazzo di premio è riuscito a vincere”.
E’ vero, perchè non è automatico che la fatica finanziaria porti ad un sicuro apprezzamento di critici e giurie.
Se non altro Avatar rispetta l’assioma e nelle prime cinque settimane di programmazione, nei soli Stati Uniti, si è già rifatto delle spese incassando 491 milioni di dollari, piazzandosi per adesso soltanto dietro a “Il cavaliere oscuro” ($ 531.037.000) e “Titanic” ($ 600.788.188) attualmente detentore del record di maggior incasso della storia, con un ricavo mondiale (del solo box office) di 1.842.900.000 dollari. Ad oggi si stima che in tutto il mondo Avatar abbia totalizzato 1.615.000 $. Non basta.
In una prospettiva che prenda in considerazione anche l’inflazione, la classifica cosiddetta relativa, o “reale”, ha però un’altra conformazione. Bisogna infatti tener conto di una semplice realtà: i 10 dollari del biglietto di 10, 20 o 30 anni fa non hanno certamente lo stesso valore dei 10 dollari di oggi. Cosìccome i prezzi maggiorati dei ticket (per le sale 3D p.es.) sono termini che inficiano sulla giusta proporzione dei paragoni. Di questo passo è ovvio che tra 50 anni almeno la metà dei film in sala supererà gli incassi di 1 miliardo di dollari, non grazie alla loro magnificenza ma a causa della semplice inflazione.

A questo indirizzo (hitparadeitalia.it) si trova una classifica dei maggiori incassi di sempre che tiene conto del processo inflattivo. In che modo non ci è dato saperlo. I dati sono discordanti con quelli di quest’altro blog (boxofficebenful.blogspot.com) che calcola (questa volta in base all’inflazione del dollaro dal ’70 ad oggi) una “All time top 50” aggiornata però al 10 di gennaio 2009. I primi 10 titoli sono:

[per i meno esperti: Star Wars (ribattezzato Star Wars IV: A New Hope); Jaws (Lo squalo); LOTR (Il signore degli anelli); The Godfather (Il Padrino)]

Ad una rapida occhiata si capisce subito come i 775 milioni di dollari del ’77, oggi siano superati in valore assoluto da una moltitudine di film, ma da un ottica relativista rappresentino il secondo incasso di sempre, ricalcolati in quasi 2 miliardi e 200 milioni di dollari.
Aggiornando la classifica al weekend del 15 gennaio con l’incasso di oltre il miliardo e 600 milioni, Avatar guadagna una posizione superando Jurassic Park.

Filmsite.org si spinge ancora oltre elaborando una graduatoria che comprende anche titoli precedenti al ’70.
La classifica non fornisce i dati del box office ed è limitata al mercato Statunitense (Domestic Gross) relativo (Adjusted for Inflation)

[Boxofficemojo.org serve anche le cifre]

La top ten (in termini di box office assoluto) è però discordante con altre ancora pubblicate su diversi autorevoli siti web. Sempre filmsite.org scrive:

Mentre Internet Movie Database pubblica una classifica leggermente diversa (ma fornisce i dati di incasso):

[Il Signore degli Anelli: Le Due Torri è 11° con 921.600.000 $]

Per dritto o per rovescio quindi Avatar è sempre nella top ten sia che si tratti di dati assoluti che “inflation adjusted”. L’avevano intuito anche tutti i pubblicitari che hanno cercato da subito una partnership con questo film sfruttando una popolarità per piazzare i loro prodotti che niente hanno a che fare con Avatar stesso.
La Mazda ha legato il modello della sua nuova CX-7 alla pellicola di Cameron con un accostamento più stupido che originale.

Un montaggio alternato di scene del film e riprese dell’auto che corre nel deserto sono il banale contrappunto visivo di un abusato testo per allocchi:
Due predatori. Due mondi affascinanti, che non sopportano confini. Avatar e nuovo Mazda CX-7 diesel: il fascino del predatore (e poi il grido di un falco sulla sovrapposizione tra l’auto e i tiranti del ponte che sembra così delle ali)”
I dozzinali pubblicitari che hanno curato questo spot hanno realizzato una delle pubblicità più scialbe mai viste prima. Innanzitutto Avatar è un capolavoro di effetti speciali, la nuova frontiera dei visual effect: come è possibile non cercare una continuità se non formale, almeno di intenti, in questa direzione? E’ possibile. Con un montaggio piatto e pedestre che intervalla poche inquadrature del film alle immagini della Mazda CX-7 che sono forse le meno spettacolari tra tutte quelle che reclamizzano automobili negli ultimi 20 anni. Per intenderci, guardate lo spot della Punto (sì. della Punto) per capire come le riprese di una utilitaria della fiat che ha già il suo mercato, siano molto più avvincenti di quelle della Mazda.

Sul fronte formale quindi, cilecca. Evidentemente i contenuti di questo spot abbracciano la filosofia del film.
Certo: l’accostamento tra un’auto a gasolio e un popolo che vive in simbiosi con la natura è un miracolo di correttezza e sensibilità.
Per chi avesse visto il film è più che ovvio che i Na’Vi vivano praticamente in osmosi con il loro pianeta Pandora, tant’è che uno dei leit motiv della storia è che “tutto è collegato nella natura”. Non è dunque onesto affiancare un motore a scoppio vecchio di cent’anni ad un’idea di consapevolezza ecologica che l’umanità non ha ancora intravisto. Avatar è infatti, tra le tante cose, una denuncia dello sfruttamento del nostro pianeta, diventato invivibile a causa della depauperazione delle risorse e dell’inquinamento. E qual’è una delle maggiori cause di inquinamento? L’automobile? Proprio così.
Ma è inutile ricercare l’onestà negli spot. Andiamo allora in cerca di un po’ di furbizia.
Due predatori. Due modi affascinanti, che non sopportano confini“.
I due protagonisti visti nella pubblicità (Jake Sully – l’Avatar del titolo – e Neytiri), fanno parte di una catena alimentare. Jake Sully imparerà presto a non bullarsi della sua condizione di predatore (come invece appare evidente nel messaggio pubblicitario), ma al contrario acquisisce una coscienza che gli fa provare pietà e gratitudine per gli animali che deve cacciare.
Due mondi affascinanti? Avatar di sicuro. La Mazda si vuole affascinante solo per traslazione, sfruttando quel principio retorico dell’ Auctoritas che prevede il passaggio di valori positivi da uno sponsor (in questo caso Avatar) verso l’oggetto pubblicizzato solo per vicinanza forzata.
…Che non sopportano confini“: tuttaltro. Il popolo di Pandora, adora i suoi confini. Anzi sono la cosa più preziosa che hanno. Infatti il climax del film si innesca proprio a causa dell’invasione dei loro confini da parte degli arroganti occupanti umani.
Ne avessero azzeccata una questi della Mazda.
C’è di più. Il film è un’allegoria della strapotenza americana che ha versato sangue di innocenti macchiandosi di genocidi in diverse parti del mondo, non ultima la Seconda Guerra Mondiale con l’utilizzo sconsiderato delle armi nucleari che hanno raso al suolo 2 città giapponesi tristemente note.
Ma indovinate dove ha sede la casa automobilistica Mazda? A Hiroshima.
Abbiamo quindi appurato che questa pubblicità è stata realizzata da individui dotati di facoltà mentali inerti. Ma le partnership con la pellicola Fox non sono state tutte così arraffazzonate.
Per esempio la LG che ha voluto legare il suo marchio ai Na’Vi ha mantenuto un altissimo standard sia formale sia contenutistico realizzando uno spot eccellente dal punto di vista dei visual FX e interessante in una logica di contiguità con l’argomento (un avatar è un corpo guidato a distanza e simboleggia un’esperienza di piena immersione in una realtà completamente nuova):

Altre Corporate hanno deciso di sfruttare il marchio di Avatar sul lungo periodo, come dimostra la press release della McDonald o la Coca Cola Zero che ha anche cercato di lucrare sulla diffusione dei backstage del film come appare chiaro dalla sua pagina facebook.

Avatar sta’ quindi dimostrando di esser stato meritevole della fiducia accordatagli dai suoi numerosi partner commerciali, mentre la Fox può dirsi tranquillamente soddisfatta della lunga produzione del colossal per cui ha dovuto anche finanziare la nuova tecnologia tanto pubblicizzata e poco approfondita. Neanche noi, ora, approfondiremo il discorso che merita un articolo a parte, ma vi basti sapere che di film per cui si sviluppa apposta un sistema tecnologicamente inedito ed esclusivo ne nasce uno ogni vent’anni.
Quindi se non siete ancora andati a vederlo, andate. Possibilmente nelle sale attrezzate per la proiezione 3D.
Un ultimo consiglio. Al pari delle partenze per le “vacanze intelligenti”, cercate orari un po’ meno battuti dalla solita mandria che affolla i cinema. Non andate tutti il venerdi o il sabato alle 22:30 perché non serve la palla di cristallo per capire che non c’è posto per tutti. Cercate piuttosto orari pomeridiani, o ancora meglio antimeridiani. Se sapete cosa vuol dire antimeridiani siete anche in grado di comprendere il senso del mio appello. Sennò andate a muggire insieme ai vostri simili nelle sale piene di urla, rumori, e telefonini coi loro grandi e luminosi schermi che vi distrarranno proprio nei momenti migliori del film.

Gianpaolo Fieramonti Stacchi Consorzi per Com’è quel film